Articoli in Home Page

    Gesù Cristo Vero Dio e Vero Uomo - Sito Cristiano Cattolico

Signore Gesù Cristo

Tu solo sai tutto.

Tu solo sei il Maestro.

Tu solo puoi donare la vera vita.

Quando moriremo,

Tu solo puoi accoglierci nel seno del Padre.

Padre Santo, Signore Gesù, Spirito Santo,

Santissima Trinità, Unico Dio, Grande Signore,

Tu solo puoi farci comprendere il senso dell'esistenza,

perché sei la Causa ed il Compimento di tutto,

la spiegazione ad ogni quesito,

la vera Pace ed il Vero Amore.

A Te sia la lode e la gloria, per sempre.

Amen

 
 

 

 

 

Lа motivazione! Ессо ciò su cui continuamente s'indaga, dentro l'intrico d'una vita о nelle vicende dei fatti storici, per "capire" le persone. Nel саsо di Maria noi dobbiamo fare emergere dalle nostre categorie usuali, in fatto di motivazione all'agire responsabile, quella che vorremmo fosse la рiù storica di tutte, е che di fatto resta ршtroppo lа piu astorica di tutte, сiоè il puro amore.

 Sull'amore соmе "anima" della storia auspicata e desiderata, valga per tutte la testimonianza del Marx giovane: "Quando tu ami senza provocare amore, cioè quando il tuo amore соmе amore non produce amore reciproco, е attraverso la tua manifestazione di vita, di uomo che аmа, non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura" (Terzo manoscritto 1844). Questa aspirazione, assente soltanto in certi fanatismi politici, ha sempre perso assai presto, in concreto, la sua universalità. С'е la ragione. L'Аmоге che sussiste pieno e incorrotto è Dio (1 Gv 4,8). Il mondo non è Dio. Il mondo dunque non è amore, "ha" soltanto una capacità di amare la quale non è in grado di creare e mantenere relazioni interpersonali di comunione. Senza l'infusione dell'Amore che è Dio in noi non abbiamo alcuna possibilita di realizzare "l'ideale" di Marx. Perciò l'amore, nella sua realtà risolutiva della vita, senza Dio rimane astorico. Non fa parte delle nostre civiltà. Е non facendone parte resta il «grande assente», nella cui mancanza noi esistiamo e tentiamo inutilmente, adoperando violenza е morte, di «salvarci» dalla prigionia. Potremmo dire che la conclusione delle culture in cui viviamo è, а proposito dell'amore, quella così riduttiva di Taine: «Iо ho ridotto l'amore а una funzione, е questa funzione а un minimum» (Thomas Graindorge).  

Quando si parla di «puro атоrе» s'intende un amore che, grazie alla sua pienezza е profondità, «basta а tutto» ossia regge nella forza d'un continuo bene ogni scelta, ogni intenzione, ogni azione e ogni reciprocità. Paolo ha parlato in modo indimenticabile, agli Efesini, di questa «super-dimensione» dell'amore divino: «Cosi voi potrete conoscere l'аmрiezza, la lunghezza, l'altezza е la profondità dell'amore di Cristo, che è più grande di ogni conoscenza, е sarete colmi di tutta la ricchezza di Dio» (Ef 3,18-19). 

L'anima di Maria di questo amore si accese in un crescendo destinato а sconfinare senza flessioni nella comuniоnе eterna della Trinità. Ciò appunto perché la persona ch'ella era, già pronta а volere appassionatamente Dio, si dispose con scelte supreme а vivere nella più autentica misticità.

Lа misticità è lа realizzazione di quella reciproca inabitazione amorosa che Dio e la persona creata attuano in unità. Gesù la svelò nel discorso eucaristico (Gv 6,56) con particolare evidenza. Paolo la sperimentò соmе immedesimazione (Gal 2,20). Nella letteratura spirituale abbondano, secolo per secolo, i documenti di questa situazione che sta alla radice della orazione contemplativa, della vita apostolica e della testimonianza dei martiri. L'elemento costitutivo della misticita è la quasi-identificazione dell'amante con l'amato.

San Giovanni della Croce descrive а questo modo tale avvenimento: «L'anima spira in Dio lа medesima spirazione d'amore che nel Figlio spira il Padre e nel Padre spira il Figlio; la quale spirazione è Spirito Santo» (Cant. 34,3). I termini sono al limite ontologico e tuttavia rimangono ineccepibili. La persona non è affatto «annullata», anzi possiede l'Amore «come cosa sua» (Fiamma 3,73) е lo vive nei luoghi ultimi della sua libertà creaturale. Questa misticità aliena dal misticismo соmе esperienza dеllо «straordinario» nella fenomenologia spirituale, non è che lo sviluppo logico della natura dell'amore. Perciò essa si identifica con lа perfetta vita cristiana dei risorti in Cristo Signore (Col 3,1-3).

Consideriamo di seguito alcuni aspetti della misticità di Maria non in ordine alla sua personale - e da'altronde insondabile - ricchezza di Spirito, ma nella prospettiva del suo essere «aiuto» dei cristiani е più ampiamente di tutti gli uomini chiamati, рег vocazione соmunе, «alla comunione con Dio» (GS, n. 19).


1) Dio è Amore

La riflessione su questo solare fulcro della Rivelazione è inesauribile. Noi anzi stentiamo а contenere, nella nostra intelligenza obbligata а continue differenziazioni, la semplicità dell'enunciato. Ci pare che dire «Dio è amore» sia troppo рoсо. Subito siamo portati а scindere е а «integrare»; non soltanto per una comprensione analitica delle azioni varie di Lui, ma perché è veramente arduo аllа nostra mente conservarsi а lungo sull'apice di una proposizione cosi «assoluta».  L'accettazione integrale di questa verità, inoltre, ci porta а una verifica sconvolgente delle «motivazioni» di cui parlavamo iniziando. Anche qui ci pare impossibile, soffocante per eccessiva sublimità, che Dio agisca solo e sempre per Amore e non possa avere mai nessuna ragione minore.
Alla nostra terribile capacità d'improvvisazione, in fatto d'impulsi ad agire, una tale perfezione fa paura. Eppure Dio non si è svelato per intimorirci, ma all'opposto per insegnarci la moralità della salvezza: «Ascolta, lsraele. Il Signore, Dio nostro, è Unico. Amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il cuore, соп tutta l'anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,5).

Che Dio sia Amore e agisca per Amore è d'altronde mostrato nell'intero cammino della Salvezza. L'«economia» divina è invariabile perché Dio è fedele. Tutto ciò che possiamo constatare, е anche questo а nostra consolazione, è la ricchezza di tale economia che соntemporaneamente è paterna, fraterna e sponsale. Amati di un unico amore che ci investe con triplice luce e chiude attorno al nostro essere progetti d'assoluta perfezione di benevolenza, noi viviamo «chiamati». Persone chiamate dall'Amore. Е si арге precisamente qui il dramma della nostra inettitudine di esuli.


2) Dio è l'Inaccessibile

Non stupisca che l'esaltazione di Dio, che è Amore, sia seguita immediatamente da una precisazione di questo genere: «Dio è Dio e поп è un uomo» (Os 11,9). Cioè  il Suo Amore è anche il suo Essere. I disegni elaborati lì, nel suo segreto altissimo, rimangono sconosciuti e incomprensibili alla creatura. Non abbiamo noi continuamente crocifissi sotto gli occhi? Non sta l'Eucarestia nei nostri tabernacoli? Non abita lo Spirito in noi? Еррuге le giornate della nostra vita possono scorrere "estranee" а queste геаltà, соmе se - tutto considerato - queste realtà parlassero di соsе inadatte alla vita «concreta», соmе la chiamiamo.  

Е questa è ancora esperienza di credenti! Ма Paolo disse chiaramente ai Corinzi che i disegni e le esecuzioni dell'Amore di Dio, calati nella critica dell'uomo, avrebbero destato irrisione degli intelligenti e scandalo dei pii (1 Cor 1,23). «L'uomo naturale non è capace di intendere i segreti di Dio. Per lui essi sono follia» (1 Cor, 2,14). E Gesù chiamò Pietro suo «nemico», per respingere la medesima interpretazione «umana» della sua verità di Dio (Mt 16,23).

Dunque naturalmente incapaci. Dunque fuori dalla possibiIità di comprendere il mistero, anche dоро aver capito benissimo il significato delle parole. Un Dio Amore, е Amore inaccessibile, è la fine d'ogni altra possibilità. Chi cercare, se l'Аmоге è Lui? E nello stesso tempo соmе giungervi, se lа nostra libertà è deteriorata e non «gusta» più la soavità di quest'Amore, che le rimane sconosciuto? Dio, tutto offerto, rimane da attingere nel modo adeguato: «dare а Dio ciò che è di Dio» significa certamente anche dargli l'amore. Non dare amore all'Amore è dargli nulla, quand'anche i nostri giorni fossero colmi di riti di propiziazione: senza amore nell'Amore non si entra. In quest'assurda situazione che il peccato ha determinato, occorre ritrovare la possibilità di accedere а Dio, di mettersi «dalla sua parte» е di prender parte in modo cosciente e responsabile ai Suoi disegni di salvezza. Lа «chiave» per risolvere tutto ciò rimane l'amore.

3) L'amore passa

Maria sciolse il nodo di questa contraddizione che ci soffoca e grazie alla sua piena misticità pervenne nel profondo di Dio è si «appropriò» con grandissima gioia dei Suoi segreti di salvezza.

Ella si trovò di fronte al Dio spalancato agli uomini e nel medesimo tempo infinitamente fedele а Se Stesso. Il Dio conoscibile «solo а chi ama» (1 Gv 4,8) е nascosto, malgrado tutto il Suo dono benigno, а chi non ama. È perfettamente teologale questo paesaggio dell'umano disegnabile secondo realtà d'amoге; su scoscendimenti che affondano «nell'ombra della morte» (Mt 4,16) е oltre l'agitazione babilonica che stanca le generazioni in fervori inautentici, emerge fra гаге luci di profeti e santi sparse nei secoli, la Vergine nuova che puo «capire» Dio. 

Può entrare nell'«In-Sé» dell'Eterno perché lа sua personalità è realmente «fatta di amore». La tensione unitiva è cioè la forza che fede е desiderio, speranza е аbbandono, compongono in purezza completa. Ouesta carità genuina è il «passaggio».

Аnche la Chiesa sarà chiamata allo stesso tragitto, соmе sappiamo. Маria apre рег prima la via аll'Еssеге incontrato con pienezza di reciprocità personale. Siamo qui di fronte al vего realismo storico. Non ci sono, in questa «metastoria» d'amore spazi nei quali il pensiero possa «inventare» sistemi ontologici. Il tentativo di descrivere l'«Еsseге» о ciò che sta dietro questa «cifra» enigmatica è finito. Per l'amore della misticità quel pensiero è una «sacca» provvisoria che si è svuotata rispetto al presente nuovo. «Amore» infatti è un Nome, dietro il quale sta il Vivente con cui si e già in comunione. Neppure il realismo della «prassi», che già per parte sua s'era elevato а giustiziere delle «teologie» е dеllе «metafisiche», è sufficiente а colmare il vuoto che la creatura continua а essere in mancanza dell'Amore. Infatti lа «prassi» muta e sconvolge i rapporti umani, cercando di incidere con filosofia vissuta i bubboni di tutta la «peste» storica; ma non può andare oltre «l'umano troppo umano», ossia troppo debole per salvarsi da sé. Rispetto аll'amore dato аll'Amore, tutto cade nell'irrealismo e nella vanità. Essere consapevoli che l'Amore si pone dunque veramente come potenza storica е «civiltà» è lа sapienza nuova. Di tale sapienza nuova Maria fu appunto l'interprete fondamentale. In lei la storia è ridiventata «affinità  elettiva» соп colui che è l'«Iо Sono».

4) Un aiuto fondamentale

La motivazione di Maria si rivela anche, а questo punto, la sua risorsa perfetta rispetto alla nostra maniera di fare lа storia. Noi siamo occupati а realizzare, con impegno autonomo, i valori che ci siamo scelti e a cui intendiamo arrivare grazie а metodi «umani ». Viviamo nel chiuso. Questa vicenda che chiamiamo storia, è senza dubbio una vicenda di tentativi ora tragici ora patetici e che possono anche conoscere, oltre che abissi di viltà, vere punte di eroismo. Ма non raggiunge Dio. Perciò non raggiunge il Suo senso e il Suo compimento nella pace.

Se i tempi di Don Bosco furono densi di difficoItà culturali e politiche e la «Ausiliatrice» apparve al santo соmе colei che poteva aiutare la Chiesa «a superare le difficoltà che le venivano dai suoi avversari» (Molineris), i tempi nostri hanno accentuato su tutto e su tutti - Chiesa e mondo - il peso dello storicismo e rendono ancora più necessaria una Iiberazione. Per «storicismo» intendiamo qui non tanto una dottrina quanto un atteggiamento, е precisamente l'atteggiamento che ha tradotto in pratica le filosofie idealistiche: la realtà è «storia» е nulla esiste al di fuori della storia е аl di sopra della storia.

In questi termini la storia, invece di essere il luogo dove Dio cammina con l'uomo «nel giardino, alla brezza del giorno» (Gn 3,8) ossia in una situazione aperta all'ordine di tutta la realtà, diventa un sepolcro. Dentro vi staziona una «folla materialista unicamente attenta ai suoi appetiti » (Renan) е nella triste paura della morte. Le varie «anime» che muovono questa folla, anche se ispirate ad autentici valori, non possono vincere la morte che, соmе sappiamo, solo il Risorto ha sconfitta. Per cui il dilemma contemporaneo è: perire nella storia chiusa oppure salvarsi spaccando la chiusura e ricongiungendosi all'Essere che è Dio.

Maria, personalizzando tutto il consenso alla liberazione storica, sciolse dunque le vicende dei molti «amori » della storia stessa nel vigore d'un supremo amore oltre la storia in quanto tale.

Perché, senza dubbio, la vicenda umana va letta come vicenda dei numerosi e contraddittori «amori» che guizzano nelle persone viventi. Amare se stessi, amare le cose, le persone, gli ideali, le possibilita, questo è il dinamismo permanente nei fatti. Sono grappoli di tensioni in antagonismo. Tutti amano, perciò molti invidiano e odiano, aggrediscono e sconfinano. In questo groviglio che riduce spesso l'uomo а «passione inutile» (Sartre) salvezza non se ne aspira. 

La Vergine diventa «Arca dell'Alleanza» е «Santuario dello Spirito» (Marialis cultus, n. 26), entrando пеll'Аmore che Dio è, cominciò sin dall'inizio della sua vita cosciente а conoscere con Lui е come Lui l'arcano storico. L'Amore divenne in lei spinta autonoma, е irresistibile nello stesso tempo, ad assumere con responsabilità identificante le sorti umane secondo le Volontà di Dio. Fu dunque la dolce e saggia «Economa» costruita dall'Amore. Qui il suo «aiuto» è sommo. Essere la Possibilità-per-Dio, vivere come persona adeguata e libera - cioè tutto l'insieme delle caratteristiche proprie che abbiamo già ricordate - non si sarebbero compiuti nell'efficacia se ella non avesse posseduto, per partecipazione amorosa, l'iпtimo del sentire di Dio.

Соmе Dio si аmа е come Dio ci аmа! Questo è il nucleo splendente di tutta lа coscienza ontologica. Lа sapienza della Chiesa nei suoi santi è appunto condivisione di quel  segreto originale. Tale condivisione è pontificato misterioso cioè «servizio di Dio а vantaggio degli uomini» (Eb 5,1) nell'offerta che in sé raccoglie tutte lе offerte, i doni, i ministeri nella «via migliore» (1 Cor 12,31) che è la carita. Senza tale servizio non si edifica рег Dio.

Notiamo, а questo proposito, che questo essere «ponte» fu anche la caratteristica di tutti i santi. Esso esige però un radicalismo di scelta. Con parole severe san Giovanni della Croce stigmatizza, nella prospettiva spiritualе, chi vive passando di continuo da Dio а ciò che non è Dio secondo il ritmo delle «consolazioni». Solo la fedeltà vera segue l'Amato dovunque e merita perciò lе Sue benedizioni; essa conosce l''«oscurità» е l'«aridità» che però non la distolgono da Lui e sono dunque ben diverse dall'oscurità e dall'aridità dei «tiepidi» che non gustano Dio perché non vogliono privarsi del gusto del «mondo».

Maria, persona vivissima, si pone dunque al centro di questa organicità d'amore. La sua «intercessione», соmе ancora vedremo, si muove in quell'altissimo circolo di Vita che ammette soltanto parole e volontà caritatevoli. Preziosissima è la sua esistenza per noi. Non solo соmе «modello» ma come realtà operante, visto che i nostri gesti terreni sono ancora così spesso poveri d'amore divino e che noi continuiamo а considerare «eccezione» ciò che invece è lа naturalezza di Dio, vivere di carità. Una persona per la quale tale naturalezza sia acquisita è presenza d'importanza incalcolabile. Ella sta «davanti» а Dio con totale giustizia. Piena di verginità attiva e radicata in Gesu, che venne per «amarci fino al colmo» (Gv 13,1), sa. E sapendo, salva e tutela. È guardandola che possiamo comprendere соmе si congiungano, nel piano divino, lа semplicità d'una creatura «di Nazareth», cioè di questa povera terra соm'е, е la semplicità del Creatore amorevole. Соmе sempre, anzi più di sempre, l'Аmоге compone in Sé, е «risolve», ogni distanza anche la più tragica fra le cose.

Dal libro "Maria, l'Aiuto" di Don Giuseppe Pollano

 

 

 

Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero». Giovanni 5, 17


Il cristianesimo non è solo una religione, non è solo una dottrina, non è solo un insieme di norme morali; è infatti tutto questo e molto di più. Il cristianesimo è una Persona: Gesù Cristo. Una Persona Divina, ossia un Dio-Uomo. Se Dio è Onnipotente, Egli può tutto. Può quindi aver liberamente generato un Figlio-Dio: il Cristo, il Verbo Eterno del Padre. Ora, il Verbo è la Parola per eccellenza, ossia l’esplicitazione della Mente e del Cuore di Dio. Quando noi parliamo con sincerità, parliamo con la mente e con il cuore, ossia “tiriamo fuori” quello che pensiamo veramente. Non abbiamo altri mezzi: il Signore ci ha creati così. Questo espandersi della nostra coscienza è una forma di amore, e l’Amore per eccellenza, che è Dio, pronuncia eternamente la Sua Parola mediante il Figlio, entrambi uniti dallo Spirito Santo che da essi procede e che essi fonde, con Se Stesso, in un unico Signore: la Santissima Trinità.

Roberto Benigni, famoso attore, comico e recitatore italiano, un vero amante dell’Italia e dell’umanità, nel corso di una sua trasmissione dal nome “La più bella del mondo”, riguardante la Costituzione della Repubblica Italiana, ha riportato un storia che andiamo ora a leggere:

C’era un uomo, fondamentalmente buono e onesto, che si assopì, una sera d’estate, sul balcone di casa sua. Sognò un angelo, con un libro in mano, e gli chiese: “Che libro leggi?” L’angelo rispose: “In questo libro sono scritti i nomi delle persone che amano Dio”. L’uomo gli chiese: “È scritto anche il mio nome?” L’angelo rispose: “No, non è scritto”. L’uomo si rattristò e disse: “Io sono una persona buona e onesta, io amo gli altri uomini”. Il giorno dopo, l’uomo si addormentò nuovamente sul balcone di casa sua. Sognò l’angelo con un altro libro in mano. L’uomo gli chiese: “Che libro leggi?” L’angelo rispose: “In questo libro sono scritti i nomi delle persone amate da Dio.” L’uomo gli chiese: “C’è il mio nome?”. L’angelo rispose: “È il primo.”

Se dunque non amiamo la nostra vita ed il prossimo, non possiamo amare veramente Dio. La guerra in nome della religione non è mai giustificabile, anche se le vere ragioni di tutto ciò sono pressoché ignote. L’insegnamento e l’opera di Gesù Cristo non intendono però omologare l’umanità in una sorta di “buonismo”. Ognuno di noi è unico ed irripetibile; solo l’onnipotente azione creatrice del Signore è in grado di fare tutto ciò. L’uomo, inoltre, non è mai pienamente soddisfatto, non è mai veramente felice. Questo è sotto gli occhi di tutti: è inutile filosofare sulla questione o cercare di spiegarla: è così. Tuttavia quanto detto risulta ugualmente fonte di ragionamenti, pensieri e conclusioni di ogni tipo, che vanno dal pessimismo più nero all’aspettativa più rosea. Solo dopo la morte, forse, capiremo il perché di tutto ciò, ma non dobbiamo neppure illuderci che la morte ci scrolli completamente del fardello che abbiamo portato (o creato) durante una vita intera. Perché mai migliaia di Santi e di Sante erano (e sono) così ansiosi di raggiungere una certa “realizzazione spirituale” già su questa Terra? Se fosse sufficiente il semplice morire, per chiarire tutto, perché tante lotte, sofferenze e fatiche? Possiamo citare San Paolo, che nella sua Lettera ai Romani, Capitolo 8, versetti 19-23, ha scritto: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di Colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo."

Gesù è il modello a cui ogni vivente, anche se non cristiano, è chiamato a guardare, osservare, cercare di comprendere. L’uomo lavora? Anche Gesù lavorò. L’uomo gioisce? Anche Gesù provò gioia. L’uomo piange? Anche Gesù pianse. L’uomo prega? Anche Gesù pregò. L’uomo vuole giustizia? Anche Gesù la volle. L’uomo muore? Anche Gesù morì. Il primo insegnamento del Cristo, la sua “opera” fondamentale, è la sua stessa incarnazione. Poi vengono la Sua Parola, la Sua Opera e la Sua Resurrezione, il più grande miracolo di tutti i tempi, il segno maggiore della divinità di Cristo. Quando Gesù si “trasfigurò” sul monte Tabor, davanti ai suoi Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, ad un certo punto si formò intorno a loro una nube. Ecco cosa disse il Padre, in Luca 9, 35: “E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo».” Un grande “carismatico” dei nostri tempi, Harold Hill, ha definito la Sacra Bibbia “Il manuale del Costruttore.” Noi siamo stati “costruiti” da Dio, e la Sua Parola, racchiusa nelle Scritture, è il “libretto d’istruzioni” delle nostre vite. Desideriamo veramente “risvegliarci a nuova vita”? Iniziamo con il nostro corpo, la nostra anima e la Bibbia, incominciamo a leggere le istruzioni ed a metterle in pratica. I risultati non tarderanno ad arrivare: soddisfatti o rimborsati.

In Giovanni 12, 47-50, Gesù afferma: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me.”

Molte volte Gesù afferma di essere venuto “per compiere la Volontà del Padre”. Il disegno di Dio Padre su Gesù Cristo non è complicato: innanzitutto Gesù è l’agnello sacrificale che viene ucciso per liberarci da qualunque genere di peccato, ossia dall’andare contro il disegno della creazione, come essa era in origine. Sembra brutto definire una persona “agnello sacrificale”, soprattutto se si tratta di un Dio-Uomo, ma è così. Noi tutti, anche se non ci pensiamo e non ce ne accorgiamo, a volte siamo “sacrificati”. In che modo? Le nostre sofferenze non sono casuali: esse sono predisposte per purificare le nostre anime o quelle altrui. In effetti, certe tribolazioni che vivono alcuni individui in particolare hanno luogo per "purificarci dal peccato". Non c’è altro modo, a parte affidarsi in tutto e per tutto all’Altissimo; comunque, anche in questo caso, probabilmente dovremo soffrire. La “moneta” che viene utilizzata nel mondo “metafisico”, ossia oltre la materia, è la sofferenza. Il Cristo ha pagato tutto il debito, perché mai dovremmo noi ancora soffrire? La Chiesa afferma che Gesù ha cancellato le nostre “colpe”, tuttavia, spesso, dobbiamo “pagare” per le conseguenze che i nostri peccati, più o meno gravi, hanno su chi ci circonda e, addirittura, sul mondo intero, dal momento che l’umanità, nella sua interezza, è la somma di tutti i suoi membri, uniti misteriosamente, ma realmente, in qualcosa che ci può apparire piuttosto imponderabile, ma che è realmente presente ed operante. Si tratta del “Corpo Mistico di Gesù Cristo” oppure, per i non-cristiani, l’umanità in quanto “specie interconnessa”, i cui membri sono in profonda e continua relazione fra di loro. San Paolo, nella sua Prima Lettera ai Colossesi, afferma: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa."

Il Signore ha tracciato una Via non solo a parole, ma con la carne e con il sangue, con la materia: il legno della Croce e quello che plasmava quand’era falegname a Nazaret; il pane spezzato (il Suo Corpo); il vino versato (il Suo Sangue); le lacrime che versò per la morte del Suo amico Lazzaro, che poi risuscitò; i chicchi di grano, raccolti nei campi, con cui un giorno si sfamarono i Suoi Apostoli e Discepoli in difficoltà; l’acqua del fiume Giordano in cui venne battezzato da Giovanni; l’acqua tramutata in vino alle nozze di Cana; il profumo di nardo genuino, contenuto in un vasetto di alabastro, con cui venne unto il Suo Capo da una donna, mentre era a mensa con i Suoi Discepoli a casa di Simone il lebbroso, prima di essere condannato a morte; la moneta d’argento che San Pietro, su richiesta di Gesù, trovò in un pesce preso all’amo, utilizzata per pagare la tassa per poter entrare nel Tempio; il metallo dei chiodi che Gli vennero conficcati nelle mani e nei piedi; il sangue e l’acqua che sgorgarono dal Suo Cuore trafitto da una lancia, dopo la Sua morte in Croce; le lacrime con cui una donna pentita Gli lavò i piedi, per poi asciugarli con i suoi capelli; l’acqua e l’asciugamano che Gesù utilizzò per lavare i piedi dei suoi Apostoli, prima di essere ucciso; la tunica “cucita tutta d’un pezzo” che indossava; il pane ed il pesce arrostito che Egli preparò per i suoi “Fratelli”, sulla spiaggia del lago di Tiberiade, dopo essere risorto dai morti, ed un’infinità di altre cose.

L’opera continua del Cristo è inoltre quella di svelarci il volto di Dio, del Padre di ogni creatura. La maggior parte delle religioni pre-cristiane e non solo, ha sempre visto la Divinità in termini di Potenza, Sapienza, Forza e Giustizia. Tutto ciò è vero, ma il Bambino della grotta di Betlemme, adorato dai pastori e dai Magi, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, cerca di farci capire veramente, come poi dirà il Maestro medesimo, che il Regno di Dio è fondamentalmente diverso dai Regni umani, anche se Dio li permette e, in una certa misura, li guida. Il Dio di Gesù Cristo è perfettamente consapevole dei suoi infiniti e meravigliosi attributi, ma vuole una cosa da noi. Il nostro amore. Un grande sovrano può anche essere ubbidito, rispettato, osannato e temuto, spesso anche lodato ed adulato. Ma chi potrà mai obbligarci ad amare qualcuno, se non lo vogliamo? Ecco, il Signore Dio, l’Altissimo, pur potendo, in teoria, obbligarci anche ad amarLo, non lo fa. Anzi, spesso è addirittura odiato o, semplicemente, ignorato e trattato con indifferenza. Pur essendo Onnipotente, Egli aspetta con trepidazione il nostro amore; per questo non ci rende nemmeno le cose facili: il male divampa ovunque, all’interno di noi e fuori di noi, questo è sotto gli occhi di tutti. Come amare un Dio che permette tante sofferenze? La Beata Camilla Battista da Varano, un giorno prese uno strano proposito con il Signore e con se stessa. Ogni venerdì avrebbe dovuto versare almeno una lacrima in memoria della Passione e Morte di Gesù Cristo. Non importa come, dove ed in quale stato d’animo: questa lacrima doveva uscire fuori. Ella ci riuscì, sicuramente con l’aiuto del Signore. Molti potrebbero trovare alquanto bizzarro un tale comportamento, addirittura ipocrita. In alcune regioni meridionali d’Italia ed in altre Nazioni, esistono delle persone, donne in particolare, con il preciso compito di piangere ad un funerale di qualcuno. Tutti sanno che è una specie di recita, eppure ciò è apprezzato. Dio è al di là del nostro essere saggi o stolti, sani di mente o folli: questa lacrima, questo amore, in qualche modo deve uscire fuori, anche se si trattasse di “spremere il limone” dei nostri cervelli e dei nostri cuori. Non sto dicendo che dobbiamo essere ipocriti con il Signore; Egli stesso, nelle Scritture, biasima apertamente il formalismo religioso, il culto e la ritualità fini a se stessi, portati avanti solo per “sentirci tranquilli”. Tuttavia è come fra due persone che si amano da molto tempo: se sono in buoni rapporti, solitamente, concludono le loro telefonate con un “Ti amo”, spesso detto quasi meccanicamente, eppure pronunciato: “Io ti amo. Tu mi ami”. Tutto qui, eppure molti di noi conoscono il prezzo a cui tale amore, spesso, è “acquistato”, e quante sofferenze, inoltre, sono generate dalla mancanza di amore, dato e ricevuto. L’insegnamento di Cristo è anche questo: spremiti e ama, proprio come una gustosa quanto dissetante spremuta d’arance.

L’immagine negativa di Dio che a volte portiamo con noi, così ben esplicitata nell’alternanza di fiducia e sfiducia espressa nell’Antico Testamento, ha bisogno di purificarsi nell’immersione delle nostre menti e dei nostri cuori nel Nuovo Testamento: un’eterna lode al Figlio del Dio Vivente, il quale svela e conferma il volto benigno del Padre, anche se spesso severo, proprio come tanti “papà” umani. Gesù, come scrive Paolo Curtaz nel suo breve saggio “Credo in Gesù Cristo”, ci permette di conoscere Dio in verità e grazia, perché Lui e il Padre sono una cosa sola.

Nel Vangelo secondo San Giovanni, al Capitolo 1, versetti 16-18, sta scritto:

Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

Un aspetto importante del cristianesimo riguarda direttamente l’umanità-divinità di Cristo; a Lui dobbiamo adorazione non solo in quanto Egli è Dio, ma anche perché è il Mediatore Supremo fra il Padre e gli uomini. “Ad Jesum per Mariam. Ad Patrem per Jesum.” “A Gesù per Maria. Al Padre per Gesù.” Non si tratta tanto di seguire un determinato “filo logico” racchiuso in queste parole, anche perché ciascuno di noi ha una particolare sensibilità riguardo a queste cose, ma di vivere essendo consapevoli del cosiddetto “cristocentrismo”, tanto caro a San Francesco d’Assisi. Quando siamo nelle prova, nella tristezza, nella manchevolezza, nel vuoto, addirittura nella disperazione, benché sorretti da più di duemila anni di cristianesimo, è difficile scorgere il Volto Benigno del Padre; senza Gesù Cristo tutto ciò può risultare assai gravoso. Ma fissando lo sguardo sul Maestro di Galilea è possibile che noi riusciamo a ripetere le Sue parole, dette in punto di morte: “Padre, nelle Tue mani consegno il mio spirito”. Come sappiamo, al “ladrone pentito”, l’unico che nelle Scritture chiama il Cristo semplicemente “Gesù”, il Signore dice: “In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso”. Nessun’altra divinità adorata dagli uomini ha mai pronunciato parole simili; possiamo poi disquisire per ore su “quanta gloria” sia dovuta a questo “ladrone pentito”, dal momento che il Signore ha avuto senz’altro misericordia anche per il “ladrone non pentito”. Benchè nelle Scritture si parli diverse volte di “corone di gloria”, vuoi corruttibili vuoi incorruttibili, è più che sufficiente essere consapevoli di poter “tornare a casa”. Stiamo, però, omettendo una Persona molto importante, che può aiutarci a far luce sul mistero del Cristo: lo Spirito Santo. In Giovanni 16, 13, possiamo leggere: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.”

In moltissime culture antiche e moderne, come lo Sciamanesimo e la spiritualità degli Indiani d’America, nei modi più svariati, è invocato il “Grande Spirito”: questi popoli ed in particolare i loro “sacerdoti” sono perfettamente consapevoli che l’animo umano, di fronte alla divinità, è come un bicchiere da riempire, e questo può essere fatto solo dallo Spirito. Questo bicchiere può essere vuoto, e quindi estremamente ricettivo, oppure pieno, e quindi bisognoso di essere opportunamente svuotato, ossia purificato. Lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Signore Gesù, è l’espressione più pura ed autentica di Dio, tanto che Gesù arriva ad affermare che ogni bestemmia sarà perdonata, ma non quella contro lo Spirito, che è rifiuto totale della Verità che “viene dall’alto”, che va a braccetto, addirittura, con quanto alcuni esponenti della setta dei Farisei dissero di Gesù Cristo, ossia che i miracoli da Lui compiuti erano opera del male e non del bene. Lo Spirito di Dio illumina a Suo piacimento chi vuole, anche i non cristiani; l’importante è avere un minimo di “ricettività”, che non è un dono od un carisma particolare, ma semplicemente l’essere disposti a cedere a Dio una quantità, più o meno grande, del nostro “io”. Lo Sprito Santo non è un qualcosa di “evanescente”, ma può essere perfettamente “sperimentato” nelle modalità più svariate, può essere addirittura, in certi casi, percepito dai nostri sensi, interni ed esterni. Nella preghiera del “Credo” (Simbolo Niceno-Costantinopolitano) si legge: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio.” Egli è dunque “datore di vita”, ossia l’Energia purissima e vivificante di Dio, Egli è più Reale della cosiddetta “realtà”, e perfino di noi stessi, se non avessimo la vita in Lui e per Lui.

Tornando al Signore Gesù, in che modo possiamo conoscere il Suo insegnamento e la Sua opera? Attraverso le Scritture, l’opera dello Spirito Santo, i testimoni diretti della Sua azione, misericordia e giustizia ed i Suoi Sacerdoti (che hanno ricevuto il Sacramento dell’Ordinazione Sacerdotale, in linea diretta con i Santi Apostoli del Signore).

Noi possiamo leggere il Nuovo Testamento, ed in particolare i Vangeli, per far rivivere nella nostra mente e nel nostro cuore ciò che Gesù ha voluto indicarci, offrirci e donarci. Tuttavia dobbiamo sempre tenere presente quanto San Giovanni Apostolo, “il Discepolo che Gesù amava”, scrive alla fine del suo Vangelo, al capitolo 21, versetto 25:

"Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere."

Nessuno di noi è esegeta, ossia “interprete”, perfetto; leggendo però le Scritture, illuminati dallo Spirito, le corde nei nostri cuori vengono accarezzate in maniera particolare, generando in ciascuno di noi una musica meravigliosa, diversa per ciascuno come diversi sono gli uomini e le donne fra loro, e tuttavia unica, come un tutt’uno è l’umanità. Le testimonianze di fede, nonché di rigorosa storiografia, sia dirette sia indirette, riportate nei Vangeli, ci aiutano non solo a comprendere cosa il Signore ha fatto (e continua a fare), non solo cosa Egli vuole da noi, piccoli o grandi “operai nella mistica vigna”, ma anche lo Spirito di ciò che Egli dice, in quanto la Sua Parola ha una misteriosa quanto efficace “azione purificatrice”. Leggiamo infatti, in Giovanni 15, 3: “Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.” Se crediamo che Gesù è il Verbo del Dio Vivente, ossia l’eterna Parola del Padre… allora possiamo comprendere come la “Parola della Parola” possa anche avere una potente azione di purificazione e guarigione. Come scrive Paolo Curtaz nel suo citato saggio: “Attraverso i Vangeli, letti e interpretati in compagnia di coloro che lo hanno seguito lungo i secoli, possiamo accedere a Gesù e al suo messaggio su Dio”. La Parola del Signore, Padre, Figlio e Spirito Santo, inoltre, quando viene letta, soprattutto in pubblico ma anche in privato, ha inoltre una potente azione attualizzante, ossia parla direttamente a colui che legge, all’uditorio o addirittura a qualcuno in particolare che l’ascolta. Chi scrive queste pagine ha spesso sperimentato questo interessante quanto meraviglioso fenomeno: la Parola raggiunge direttamente la nostra mente ed il nostro cuore, in maniera ben circostanziata, quando ciò è necessario. Nella Lettera agli Ebrei di San Paolo Apostolo, al capitolo 4, versetto 12, possiamo leggere: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” Tutto ciò è assolutamente vero e sperimentabile da chiunque, non si tratta d’invenzioni o espressioni scritte a caso.

Cosa vuole il Signore, da noi Sue creature, figli e figlie amatissimi? Soprattutto una cosa sola: amare Dio, il prossimo e se stessi. Tutta la Sacra Bibbia ruota intorno a questo caposaldo; il “decalogo”, ossia i dieci Comandamenti che Mosè ricevette da Dio sul monte Sinai, perfezionati e sintetizzati in seguito dal Figlio dell’uomo, tentano di avvicinare noi tutti alla suprema quanto universale realtà dell’amore. Prendiamo, ad esempio, il primo Comandamento, riportato in Esodo 20, 2-3: “Io Sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me.” Dov’è, qui, l’amore? Semplice: se uno ama Dio, non lo tradisce. Quarto Comandamento: “Onora il padre e la madre”. Se uno ama suo padre e sua madre, non farà o dirà cose spiacevoli nei loro confronti. Nono Comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Se uno ama sua moglie (o suo marito), non tradirà. Come detto, tutti i Comandamenti divini ruotano intorno ad una sola parola: amore. Per quanto riguarda il Giudizio Universale, illustrato dal Maestro di Galilea nella spettacolare quanto tremenda visione delle opere di “misericordia corporale”, la nostra attenzione deve necessariamente andare al tipo di azioni richieste dal Signore nei confronti del prossimo. Quali sono queste opere? Essenzialmente sono sette, secondo l’insegnamento di Gesù Cristo e della Sua Chiesa, adeguate comunque in base alle circostanze in cui ciascuno di noi si venisse a trovare: 1) Dar da mangiare agli affamati. 2) Dar da bere agli assetati. 3) Vestire gli ignudi. 4) Alloggiare i forestieri. 5) Visitare i malati. 6) Visitare i carcerati. 7) Seppellire i morti.

Queste opere, per Gesù, sono d’importanza capitale, tanto che, purtroppo, la loro mancata esecuzione, porta il Maestro a parlare, addirittura, di “fuoco eterno”. Si tratta infatti di uno dei pochi passi evangelici in cui Gesù parla apertamente dell'Inferno. La diffusa “mancanza d’empatia”, ossia la capacità d’immedesimarsi nella “pelle altrui”, è purtroppo la fonte primaria di tante sofferenze che c’infliggiamo l’un l’altro, spesso in maniera inconsapevole, ma comunque deleteria. Aiutando dunque il nostro prossimo facciamo del bene agli altri, ma anche a noi stessi; non solo: noi Cristiani, infatti, crediamo che questo bene venga rivolto a Dio in Persona. Riportiamo infatti le incredibili quanto meravigliose parole di Gesù, che si possono leggere in Matteo 25, 40:

“Rispondendo, il Re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.”

Il Signore, dunque, si identifica personalmente con i suoi “fratelli più piccoli”, ossia noi Suoi figli e figlie, ed in particolar modo in coloro che si trovano nel bisogno. Tutto ciò è semplicemente meraviglioso: Dio non solo è “con noi” e “per noi”, ma è anche “in noi”, perfettamente fuso nella nostra precaria quanto spesso contradditoria umanità. Egli, in ogni istante dell’eternità, sperimenta perfettamente ogni nostra sensazione, ogni nostro piacere, dolore, pensiero, opera e parola; solo la Sua Onnipotenza Gli permette questa mirabile attenzione, costantemente rivolta alle Sue creature. Non è semplicemente un "occhio onniveggente", ma è il nostro stesso Essere, la nostra stessa coscienza: noi non siamo uguali in tutto e per tutto a Dio, pur essendo Suoi figli, ma noi siamo in quanto Egli È. Come afferma Jean Lafrance nel suo libro "Prega il Padre tuo nel segreto", gli esseri umani non rientrano né nella categoria de "Lo stesso" né nella categoria de "L'altro". Possiamo dire: “Io sono solamente in quanto solo Dio è IO SONO”. Dio è in tutti: nel ricco e nel povero, nel bello e nel brutto, nel colto e nell’ignorante, nell’astuto e nel semplice… Tuttavia Egli ama identificarsi soprattutto con chi, mondanamente parlando, appare in posizione inferiore, fallimentare, con chi è nella disperazione, nella prigionia (qualunque siano le cause), nell’indigenza, nell’abbruttimento, nel bisogno delle più elementari sicurezze, nella malattia (fisica, psichica o spirituale), etc.

Un altro aspetto importante dell’insegnamento e dell’opera del Cristo è “l’annuncio del Regno dei Cieli” o “Regno di Dio”. Essenzialmente, il Regno dei Cieli è la Presenza Viva di Dio in mezzo a noi e dentro di noi. In Luca 17, 20-21 possiamo leggere:

Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!». "In mezzo a voi" si traduce anche con "Dentro di voi".

Il Signore Dio, l’Altissimo, è al contempo trascendente ed immanente, ossia partecipe del Suo creato e delle Sue creature. Il Regno di Dio è sempre in mezzo a noi, ma l’Incarnazione di Gesù Cristo ha permesso a noi tutti di avere una chiara visione di Chi sia “La Porta” che conduce al Padre: Gesù medesimo. Il Regno dei Cieli è certamente il Paradiso, come comunemente affermato, ma è anche l’opera feconda d’amore del Signore verso le Sue creature e delle creature verso i Signore e fra di loro. Un verso d’una nota canzone cattolica afferma: “Dov’è carità e amore, qui c’è Dio”; tuttavia, anche se con i nostri sensi carnali possiamo solo farci una vaga idea del Regno, verrà il tempo in cui tutto sarà chiaro: per questo siamo chiamati alla sequela della Persona del Cristo e a mettere in pratica le Sue Parole. In Matteo 7, 25 possiamo infatti leggere: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.” Questa “roccia” è Cristo Stesso e l’applicazione dell’amore del Cristo verso Dio, il prossimo e noi stessi; tuttavia il nostro sforzo non è sufficiente e, a ben vedere, questo è estremamente giusto e persino fonte di profondo conforto. La “Roccia”, “La Pietra Angolare” è Gesù; in Matteo 21, 42 è infatti scritto:

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?

Per la stragrande maggioranza dell'umanità, la questione non è tanto “Dio esiste?”, bensì è l'interrogativo “Facciamo bene a seguire Gesù Cristo?”. Un “padre del deserto” dell’antichità disse  molto appropriatamente: “Anche i demoni sanno che Dio esiste, per questo fremono e tremano”. La risposta più pragmatica e corretta potrebbe essere: “Prova a seguire Gesù, poi osserva i risultati dentro di te e fuori di te.” Certamente la sequela di Cristo non risolve, quasi magicamente, tutti i nostri problemi; anzi, spesso ci complica, apparentemente, la vita. Il Signore, infatti, desidera che noi abbiamo “fede”; per Lui la fede, anche se poca e tentennante, è preziosissima: tutto ciò è la Sua Volontà. Leggiamo quanto scritto in Luca 18, 7-8: “E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Alla luce della cosiddetta “razionalità umana” nessuna religione risulta facile da seguire, ed il cristianesimo non fa eccezione: ma la fede non va sempre contro la ragione, anzi, spesso la fortifica e completa mirabilmente. Gesù Cristo stesso è definito, dall’anziano profeta Simeone, quando Lo vide Bambino fra le braccia di Maria, “segno di contraddizione”. Leggiamo, infatti, in Luca 2, 33-35: "Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima»". Gesù, a volte, mette letteralmente “a soqquadro” le nostre convinzioni e le nostre vite, per poi darci, però, “il centuplo quaggiù e la vita eterna”, come possiamo leggere nel diciannovesimo capitolo del Vangelo secondo San Matteo.

Come molti di voi sapranno, poco dopo la nascita di Gesù, il Capo locale, il Tetrarca Erode, per timore che il Re-Messia nato a Betlemme secondo le Scritture (la città del Re e Profeta Davide) avrebbe potuto in qualche modo sostituirsi a lui, fece uccidere tutti i neonati di questo centro urbano, dai due anni in giù (la cosiddetta “strage degli innocenti”). Tuttavia le paure di Erode erano assolutamente ingiustificate; come infatti dice la Liturgia cattolica: “Perché temi, Erode? Non toglie i Regni umani, chi dà il Regno dei Cieli.” Quindi i vari Monarchi e Presidenti possono stare assolutamente tranquilli: Gesù non intende privarli del loro potere terreno, anche se Egli fa e farà Giustizia. A questo proposito è utile fare una breve digressione riguardo alla concezione della parola “Re”, secondo la Sacra Bibbia. Fino al tempo del profeta Samuele, figlio di Anna, il popolo d’Israele non aveva mai avuto un “Re”, a parte i Giudici, che però non erano dei “monarchi” come comunemente s'intende. Il loro “sovrano”, infatti, era il Signore Dio in Persona. Tuttavia, ad un certo punto, gli israeliti, vedendo che tutte le altre Nazioni dell’epoca erano delle monarchie, spesso anche prospere, chiese a Dio, per mezzo del Profeta Samuele, un Re. Il Profeta sapeva che il Signore ne sarebbe rimasto “contristato”, e così fu, tuttavia Dio accordò al popolo un Re: Saul. In seguito Saul perse il favore dell’Altissimo, disubbidendoGli. A questo punto Dio fece ungere Re, da Samuele, Davide figlio di Iesse il betlemmita. Davide divenne non solo Re, ma anche Profeta, in quanto predisse l’avvento del futuro Messia, Gesù Cristo. Il Signore, infatti, ebbe come padre putativo San Giuseppe, un diretto discendente di Davide. Anche Maria Vergine Santissima fa parte della discendenza di Davide. Nel Salmo 109, al versetto 1, sta scritto:

Oracolo del Signore al mio Signore:
«Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi»

Questo versetto è a dir poco incredibile, ma vero. “Oracolo del Signore al mio Signore”, ossia “Oracolo di Dio al Signore Gesù, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Davide”; qui non solo è anticipato il concetto di umanità-divinità di Gesù, ma anche la promessa divina che Egli sarebbe stato innalzato al di sopra di tutto e di tutti, fino a sedere “alla destra di Dio”.

Ritornando al tema del Giudizio Universale, cosa possiamo sperare per noi, soprattutto? Di riuscire a praticare, almeno un po', le opere di misericordia corporale e, poi, spirituale, morale, amicale, affettiva, etc. Ovviamente, dei circa sette miliardi e mezzo di esseri umani che attualmente popolano la superficie del pianeta Terra, non tutti sono cristiani, non tutti credono in Dio, non tutti sono buoni e generosi... Cosa possiamo aspettarci? Cosa possiamo dire? Ogni uomo o donna che nasce ha, in buona misura, una strada tracciata. Questo è sotto gli occhi di tutti e non richiede particolari dimostrazioni. Tuttavia, chi più e chi meno, noi tutti possiamo pregare il Signore affinché abbia pietà di noi e ci aiuti ad essere utili non solo a noi stessi, ma anche agli altri, ognuno a modo proprio e secondo le sue possibilità. Il fatto che le persone siano così diverse fra di loro e, apparentemente, così fortunate o sfortunate, rimane essenzialmente un mistero. La nostra fede va pertanto alimentata dalla consapevolezza che tutto è veramente nelle Mani di Dio e che, se a volte la Sua Volontà ci appare così insondabile e, a tratti, anche dura, Egli sa come guidarci e come trarre il bene anche dal nostro male e da quello altrui, per volgerlo in bene, aiutandoci così, un giorno, a passare indenni attraverso il Suo Giudizio.

 

 

 

Le tesi da me sostenute in questo capitolo sono queste:

1) L'esistenza storica di Cristo è una realtà incontestabile.

2) I fatti prodigiosi della narrazione evangelica sono una realtà altrettanto incontestabile.

3) Cristo fu realmente investito della dignità messianica e fu realmente divino.

La dimostrazione di queste tesi è stata da me fatta, non già con sottili disquisizioni filosofiche e metafisiche, ma soltanto con la ragione, cioè fondandomi sui fatti storici e sui fatti scientifici. [...]

Ed allora, se nella dimostrazione delle mie tesi ho seguito soltanto la ragione, e se per Razionalismo si deve intendere quella filosofia che non ammette altra verità, all'infuori di quella intesa dalla ragione umana (e tali sono i termini della definizione di Razionalismo), cio vuol dire che anch'io sono un razionalista, al pari di Strauss, di Paulus e di Renan, con la differenza però che il mio Razionalismo mi ha portato a conclusioni ben diverse, da quelle cui giunsero i razionalisti di tutte le scuole e di tutti i tempi, negatori unanumi della divinità di Cristo.

La conclusione, dunque, è questa e non può essere che questa: Cristo è realmente esistito, ed è realmente divino, cioè Figlio unigenito di Dio. Negare la divinità di Cristo è come negare la luce del Sole! Ed allora, se Cristo è il Figlio di Dio, ciò vuol dire che esiste Dio, perché se esiste il Figlio, deve necessariamente esistere il Padre. Dunque, la divinità di Cristo è un'altra prova razionale e scientifica dell'esistenza di Dio.

Ed ora una speciale parola rivolgo proprio a te, mio caro lettore. Se mi hai seguito, dalla prima all'ultima pagina di questo capitolo, con la necessaria attenzione, tu di certo sarai giunto alla medesima conclusione, cui è arrivato il mio ragionamento, a meno che tu non voglia respingerla, per partito preso: nel qual caso, però, devo farti osservare che il preconcetto è il peggior nemico della ragione.

Se la ragione, dunque, non ti fa difetto, e, nell'intimità della tua coscienza, sei convinto della divinità di Cristo, allora tu, guardando il Crocifisso, non vedrai più la fredda immagine dipinta o plasmata dall'artista, ma vedrai il Cristo vero, il Cristo che lampeggia e che Dante vide nel cielo di Marte del Suo "Paradiso", nel mezzo di una grande Croce luminosa:

" Qui vince la memoria mia lo ingegno;
ché in quella Croce lampeggia Cristo,
si ch'io non so trovare esempio degno;
ma chi prende sua croce e segue Cristo,
ancor mi scuserà di quel che io lasso,
vedendo in quell'albor balenar Cristo "

È bello notare che Dante, nella "Divina Commedia", in segno di devoto omaggio all'augusto Redentore, pur scrivendo dodici volte il Nome di Cristo in fine di verso, lo fa sempre rimare solo con Se Stesso.

Dal libro "Esiste Dio?" di Alfredo Mazzei

 

 

 

Ritorniamo ora nel suggestivo Paese di Gesù e fermiamoci col pensiero dinanzi al sepolcro, nel quale vennero deposte le spoglie mortali del Nazareno.
Un drappello di soldati romani vi monta di guardia, per impedire che venga rimossa la Salma che vi giace: la tomba è chiusa con una grossa pietra, e sulla pietra sono apposti i sigilli dei sinedriti, i quali vogliono così prendere le debite precauzioni, affinché il corpo di guardia non venga corrotto col denaro dai seguaci di Gesù, che aveva osato proclamarsi Figlio di Dio.

Essi pensavano che la questione della Resurrezione potesse essere inscenata dai Discepoli di Gesù, e fu precisamente questa l'accusa che i Giudei mossero loro, allorquando si seppe la notizia che, nelle prime ore della mattina della domenica, il sepolcro era stato trovato vuoto! Che cosa era successo? Lo sappiamo dai Vangeli. Avvenne una forte scossa di terremoto, seguita subito dalla sfolgorante apparizione di un angelo che rotolò la pietra tombale e vi si sedette sopra. In quelle ore antelucane, i soldati del corpo di guardia - che sonnecchiavano nelle vicinanze del sepolcro - rimasero spaventati, a tal punto che si dettero precipitosamente alla fuga, cercando scampo nella vicina porta della città.
Il Corpo di Gesù non si trovava più el sepolcro; era sparito in modo misterioso, era resuscitato. Lo dissero gli angeli, che apparvero alla Maddalena, la quale, fra le pie donne, fu la prima ad accorrere, nelle ore mattutine della domenica, alla tomba dell'amato Maestro, per provvedere alla definitiva imbalsamazione del venerato Corpo.

Per dare la prova tangibile della Sua Resurrezione, Gesù apparve parecchie volte, non a poche, ma a centinaia di persone, e non in spirito, ma in carne ed ossa. Ascoltiamo le affermazioni di queste centinaia di testimoni. Sono parecchie donne che dicono di averLo visto lungo la via e, prima fra queste, la Maddalena, alla quale Gesù ha anche parlato. L'hanno visto due Discepoli, Pietro e Giacomo, per la strada, ed anche in casa; poi sette Discepoli (di cinque dei quali si fa il nome) sul lago di Galilea; l'hanno visto dieci Apostoli, e poi altri undici; centoventi persone, tutte insieme, l'hanno visto presso Betania; più tardi l'ha visto Paolo, il quale afferma che erano circa 500 i testimoni oculari della Resurrezione di Cristo, molti dei quali ancora vivevano, quando l'Apostolo scriveva la sua prima lettera ai Corinti. Gesù redivivo apparve a uomini e donne, ora insieme, ora separati; ora di giorno, ora di notte; ora sulle vie, ora nelle case a mensa, sulla riva del lago, nell'orto accanto al sepolcro. I Discepoli e gli Apostoli Gli parlano ed ascoltano gli ammaestramenti dalla Sua viva voce; il Maestro mangia spesso insieme a loro; non è dunque un fantasma, ma un uomo, con tutti gli attributi della materia.

Gli Apostoli dapprima si mostrarono increduli, e noi conosciamo l'episodio di Tommaso, il quale, per accertarsi che Gesù fosse veramente Lui, in carne ed ossa, volle toccarlo una volta, mettendoGli la mano nella ferita del costato. Tutte queste manifestazioni, di quella che fu chiamata la seconda vita di Gesù, avvennero in un periodo di quaranta giorni, fino a quando il Suo Corpo disparve, con l'Ascensione al Cielo.

Questi sono i fatti, ed ora vediamo che cosa ci dicono in proposito i critici razionalisti. Alcuni negano in blocco la verità di tutti i miracoli della narrazione evangelica e quindi, a più forte ragione, la verità del miracolo della Resurrezione, che è il più importante; abbiamo veduto, altresì, che questi critici sono smentiti dalla realtà storica. Alcuni critici sostengono che Gesù non morì, quando fu creduto morto, e venne poi sepolto vivo: quindi nulla di straordinario, che sia poi uscito dal sepolcro, quando ebbe ripreso i sensi. Questa grossa panzana è clamorosamente smentita dalla scienza e dal buon senso. Infine, altri critici ammettono che Gesù morì realmente sulla Croce, ma che la Sua Resurrezione è null'altro che il parto dell'accesa fantasia e dell'allucinazione di Maria di Magdala, di altre donne, non meno allucinate che ella, e di tutti gli uomini, che dicono d'averlo visto e toccato. Il sostenitore principale di questa tesi è il Renan, il quale, d'altra parte, nulla sa congetturare nei riguardi della sparizione del cadavere di Gesù (e noi sappiamo quanto sia difficile far sparire un morto...!). Renan conclude la sua avventata critica, affermando che l'origine e lo sviluppo del Cristianesimo "non si spiegano con la ragione, ma con la follia..."

Vediamo se può avere un qualche fondamento la tesi della suggestione e dell'allucinazione, sostenuta con tanto fervore dal Renan. La storia ricorda alcune allucinazioni, ma si tratta sempre di fenomeni individuali e mai collettivi, avvenuti una volta sola, in determinate circostanze, e mai più ripetuti. Se percorriamo tutta la storia antica e moderna, non troviamo mai neanche un solo fatto, che possa paragonarsi alla Resurrezione di Cristo, il quale fatto venne constatato da centinaia di persone, e non una volta sola, ma parecchie e parecchie volte, nello spazio di quaranta giorni. Dobbiamo, inoltre, notare che le allucinazioni possono avvenire, quando l'animo è preparato a subirle, per trovarsi poi in preda a forti sentimenti di timore, o di amore: inosmma, in preda a grandi e turbinose passioni. Nel caso della Resurrezione di Gesù, troviamo nelle pie donne, negli Apostoli e nei Discepoli, uno stato psicologico tutt'altro che favorevole, anzi precisamente contrario alle allucinazioni. Difatti sappiamo che, da principio, le donne non credettero ai propri occhi e alle proprie orecchie, e non osavano parlare agli Apostoli, di ciò che avevano visto e udito; gli Apostoli stessi non vollero prestar fede al racconto delle donne, e le trattarono da deliranti; quando poi videro Gesù, credettero di trovarsi dinanzi ad un fantasma, tanto che il Nazareno dovette dar loro le prove materiali della Sua esistenza fisica, per indurli a credere... Dove esiste, dunque, il fondamento dell'allucinazione? Crediamo piuttosto che, invece delle donne, degli Apostoli e dei Discepoli, sia stato Renan una vittima dell'allucinazione!

La Resurrezione di Gesù è un fatto storico come tutti gli altri, e della sua realtà non si può dubitare: essa è un avvenimento miracoloso, che costituisce la più valida prova della divinità di Cristo.

Dal libro "Esiste Dio?" di Alfredo Mazzei

 

 

 

Sulla Terra non esiste alcun popolo che sia ateo [a meno che non lo si obblighi con la forza, e comunque anche quando questo accade rimangono dei credenti - N.d.C.], cioè che non ammette l'esistenza della divinità; i popoli sono discordi nel determinarne la natura e gli attributi, ed anche circa la maniera di onorare tale divinità, ma tutti ammettono che vi è un Ente supremo, o che vi sono più Enti supremi, da cui dipende il governo del mondo. La credenza nella divinità è dunque universale e pertanto, nel mondo, esistono degli individui atei, ma non dei popoli.

Il consenso dell'umanità nei riguardi del problema di Dio si deve considerare universale, non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo, giacché l'uomo deve aver posseduto il concetto della divinità in tutti gli stadi della sua civilizzazione; ciò è dimostrato dal fatto che si trovano sulla Terra dei popoli che si trovano in diverse fasi di civiltà e, presso tutti questi popoli, troviamo il concetto dell'esistenza della divinità. Orbene, questo consenso di tutto il genere umano è ritenuto dai teologi una delle prove che dimostrano l'esistenza di Dio, giacché esso parte dal fondo stesso della natura umana, e la natura non inganna; tale era anche l'opinione di Sant'Agostino.
A quest'affermazione, si può facilmente obiettare che la natura, con le sue apparenze, può ingannare, e difatti ha ingannato per secoli e millenni l'umanità, facendo credere che la Terra sia immobile nello spazio, ed il Sole ed i pianeti ruotino  intorno ad essa. Ma quest'obiezione, in realtà, non regge, poiché nel caso del concetto dell'esistenza di Dio non abbiamo alcuna apparenza, che potrebbe trarci in inganno, dato che dalla Divinità non riceviamo alcuna sensazione, come l'abbiamo della Terra, del Sole e dei pianeti. Comunque, la prova dell'esistenza di Dio, costituita dal consenso universale  dell'umanità, non è una prova che possa dirsi razionale, cioè derivante dalla ragione, e pertanto si può mettere da parte. Un'altra prova teologica dell'esistenza di Dio è costituita dalla Rivelazione, ma anche questa è estranea alla razionalità, e di conseguenza si può mettere anch'essa da parte [posto che, comunque, la Rivelazione è essenziale per conoscere Dio - N.d.C.]

Veniamo ora ad esaminare se l'esistenza di Dio può essere provata scientificamente. Prima di tutto, dobbiamo metterci d'accordo sul significato dell'avverbio scientificamente, ed a questo proposito mi piace riportare quanto ne scrive il Petazzi: "Se scientificamente viene inteso nel senso moderno, cioè empiricamente, è impossibile provare l'esistenza di Dio. Sarebbe necessario che Dio fosse un corpo. Così Dio non si vedrà mai con alcun cannocchiale, come l'anima sotto alcun bisturi. Ma, in questo modo, nessun diritto o dovere si potrà dimostrare scientificamente, quindi lo studio delle leggi non sarebbe scienza. Nessun avvocato, nessun giurista, sarebbe scienziato. L'unica dimostrazione di un diritto sarebbe quella data dai pugni. Se scientificamente viene inteso in senso matematico, ancora Dio non si può dimostrare matematicamente; per questo sarebbe necessario che fosse un numero o una figura. Dio non si potrà mai trovare al termine di alcun calcolo infinitesimale, né al vertice di alcun teorema di Euclide. Ma, se scientificamente s'intende razionalmente, Dio si dimostra nel modo più scientifico, e con evidenza incomparabilmente superiore ad ogni evidenza fisica e matematica."

L'esistenza di Dio può essere, dunque, dimostrata con prove scientifiche, che scaturiscono dalla ragione, vale a dire che derivano da un ragionamento. Tale ragionamento viene chiamato dai filosofi e dai teologi col nome di ragionamento metafisico, per cui le prove razionali dell'esistenza di Dio vengono dette prove metafisiche. La parola "metafisica" è molto familiare ai filosofi, i quali ne conoscono pienamente il significato, ma non lo è altrettanto alle persone di media cultura. Nei vocabolari della lingua italiana, alla voce "metafisica", troviamo scritto il significato di "dottrina delle ultime e supreme ragioni delle cose; parte più alta ed astratta della filosofia, che si riferisce al soprasensibile"; ma troviamo anche registrato che "metafisica" è sinonimo di "astruseria", di "sottigliezza". Ciò dimostra che, con l'andare dei secoli, il significato della parola "metafisica" ha subito una notevole trasformazione, della quale giova parlare brevemente, affinché il lettore possa poi comprendere con chiarezza il valore dei ragionamenti metafisici. Il sostantivo "metafisica" deriva da una singolare combinazione bibliografica, dovuta ad Andronico di Rodi, il quale, nel primo secolo avanti Cristo, curò un'edizione degli scritti di Aristotele; egli propose la trattazione dei problemi più universali della filosofia a quella dei problemi che si riferiscono agli aspetti ed alle leggi della natura fisica; orbene, siccome questa trattazione aristotelica prese il nome di "fisica", l'altra fu chiamata Metafisica, il cui prefisso "meta" aveva il significato del materiale susseguirsi di un gruppo di scritti ad un altro, senza alcuna allusione al reciproco rapporto di valore del loro contenuto.

Il carattere di superiorità e di trascendenza, che è proprio delle realtà studiate dalla Metafisica, diede origine alla nuova interpretazione linguistica e si affermò soprattutto nel medioevo: al plurale troviamo applicata la parola "metaphysica" in Boezio, ed al singolare nella versione aristotelica di Averroé. Il nuovo valore etimologico che viene dato a questa parola risulta evidente dal termine di "transphysica", che la filosofia scolastica adopera come sinonimo di "metaphysica", ed è per questo mutato senso linguistico che modernamente si usa il prefisso "meta", in alcune scienze speculative. La loro sfera d'indagine si estende al di là del campo delle scienze, il cui corrispondente nome non possiede tale prefisso: così la metaphysica è la scienza che studia le realtà psichiche più profonde di quelle indagate dalla psicologia; la metastorica è la scienza che studia le leggi trascendenti, cui sono subordinati i fatti descritti dalla storia, etc.

Dal libro "Esiste Dio?" di Alfredo Mazzei

 

 

 

C'è un tempo in cui l'anima vive in Dio e ce n'è un altro in cui Dio vive nell'anima. Ciò che è proprio all'uno è contrario all'altro. Quando Dio vive nell'anima, questa deve abbandonarsi totalmente alla Sua Provvidenza; quando l'anima vive in Dio, essa si munisce, con grande cura e conformemente alle regole, di tutti i mezzi che ritiene atti a condurla a questa unione. Tutte le sue strade sono tracciate, e così pure le sue letture, i suoi ragionamenti, le sue meditazioni; ha accanto a sé la sua guida, e tutto, finanche le ore in cui parlare, è sottoposto a una regola. Quando Dio vive nell'anima, essa non ha più niente di proprio; ha unicamente ciò che le dà, in ogni istante, il principio che la muove: senza provviste, senza più sentieri tracciati, l'anima è come un bambino che si conduce dove si vuole e che è capace solo di distinguere le cose che gli si mettono davanti. 

Non ci sono più libri che siano prescritti a quest'anima; molto spesso non ha un direttore spirituale fisso, Dio non le lascia altro sostegno che Sé medesimo; la sua dimora sono le tenebre, l'oblio, l'abbandono, la morte e il nulla. Essa avverte i suoi bisogni e le sue miserie senza sapere né da che parte né quando verrà il soccorso. Aspetta in pace e senza inquietudine di essere assistita, e i suoi occhi guardano soltanto al cielo. Dio, che non potrebbe trovare nella sua sposa una disposizione più pura di questa totale rinuncia a tutto quel che essa è per essere soltanto in virtù della grazia e dell'opera divina, le fornisce a tempo e a luogo libri, pensieri, riflessioni, pareri, consigli, esempi di saggi. Tutto ciò che gli altri devono preoccuparsi di cercare, quest'anima lo riceve nell'abbandono in cui è, e quello che gli altri mettono cautamente da parte, per ritrovarlo quando ne avranno voglia, essa lo riceve al momento del bisogno, e poi lo lascia, tenendo per sé unicamente quello che Dio si compiace di darle, per vivere soltanto in Lui. 

Dal libro "L'abbandono alla Provvidenza Divina" di Jean-Pierre de Caussade

Queste parole fanno venire in mente le richieste continue di abbandono fiducioso a Lui che il Signore Gesù Cristo ha fatto e fa tuttora a tutti coloro che vogliono seguirlo, ma anche a molti altri che non ne sono consapevoli. Fin dagli inizi della Sua predicazione, il Signore ha posto l'accento sull'importanza dell'essere, più che dell'avere, pur aiutando molte persone anche materialmente. Non si tratta di un qualcosa di "morale", anche se implica certamente l'aiuto verso coloro che ne hanno bisogno, ma di un'esortazione a vivere liberi in Dio, fiduciosi che Egli può aiutare in modi a volte impensabili, e che Egli è Onnipotente. Ricordate come Gesù descrisse i fiore dei campi? "Non tessono i loro vestiti, ma neanche Salomone ne aveva di più belli." Ricordate la parabola del "ricco stolto"? Quest'uomo aveva molti beni e pensava di essere al sicuro grazie ad essi... stolto, sarebbe morto la notte stessa. Sono parole forti, ma necessarie, per aiutarci a ricordare che la nostra vita non dipende da noi, ma da Dio. Può sembrare un'esagerazione, ma non è affatto così. "Senza di Me non potete fare nulla", ci dice Gesù, ed è vero. Inoltre, quando moriremo, a chi potremo affidarci, se non a Dio? Sul serio, nemmeno avessimo miliardi di esuro e fossimo assistiti da un centinaio di medici nella migliore clinica del mondo... non potremo "aggiungere un'ora sola alla nostra vita". 

Non si tratta però di vivere nella paura della morte che, per il cristiano, è solo un momento di passaggio: dalla vita terrena alla vita in Dio, il quale risuscitò dai morti il Suo Diletto Figlio Gesù Cristo, nostro fratello maggiore e Primogenito. Il problema, semmai, potrebbe essere causato dal non aver vissuto una vita che, almeno in piccola parte, abbia rispecchiato un po' l'amore di Dio Padre. Noi siamo veramente figli di Dio, ed Egli desidera ardentemente che siamo simili a Lui, almeno un po'. La sua paternità si esprime però diversamente da quella di molti genitori umani, ma il fatto che Egli abbia un progetto su ogni essere umano, accumuna noi piccole creature al nostro amato Creatore. L'abbandono alla Divina Provvidenza è stato mirabilmente insegnato da Gesù a Santa Faustina Kowalska, la quale ha avuto questo compito particolare sulla Terra, quello di diffondere la bella notizia che Gesù è infinitamente Misericordioso, tanto che Egli volle anche che fosse dipinto un quadro con la Sua immagine e la scrittà "Gesù, confido in Te!". Non sempre è possibile avvertire la Misericordia del Signore, eppure Lui ci guida molto più di quanto possiamo immaginare. Molti incontri che facciamo, libri che leggiamo, film che vediamo, accadimenti che ci capitano, dialoghi, discussioni, lavori... nulla è lasciato al caso da Dio, soprattutto se noi abbiamo fatto un sincero atto di affidamento a Lui. Piaceri e dolori, veglie e sonni, luce e tenebre... come dice San Paolo: "Tutto concorre al bene di quanti amano Dio". Anche i non credenti, spesso, sono guidati a loro insaputa, affinché anche loro possano un giorno credere e raggiungere Dio nel Suo Regno. Il Regno di Dio, però, è già qui su questa Terra, anche se è nascosto come la perla preziosa, in noi e fuori di noi. Che il Signore ci aiuti sempre ad avere fiducia nella Sua bontà, anche se a volte questo è difficile. Più di seicento anni prima della nascita di Cristo, il Signore parlò per mezzo del profeta Isaia, dicendo: 

Il popolo immerso nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte
una luce si è levata.

Questa Luce, naturalmente, è il Signore Gesù, come anche detto nel Prologo del Vangelo di San Giovanni Apostolo. Quindi, se anche noi, a volte, viviamo "in terra e ombra di morte", c'è sempre la sicurezza che la Luce può arrivare comunque, e arriva! Vieni, Signore Gesù!

 

 

Dal Vangelo secondo San Matteo, capitolo 25, versetti 31 - 46 :

 "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna."

La Chiesa Cattolica elenca le sette opere di misericordia corporale e le sette opere di misericordia spirituale. Le prime sono: 1) Dar da mangiare agli affamati. 2) Dar da bere agli assetati. 3) Vestire gli ignudi. 4) Alloggiare i forestieri ed i pellegrini. 5) Visitare gli infermi. 6) Visitare i carcerati. 7) Seppellire i morti. Le seconde sono: 1) Consigliare i dubbiosi. 2) Insegnare a chi non sa. 3) Ammonire i peccatori. 4) Consolare gli afflitti. 5) Perdonare le offese. 6) Sopportare pazientemente le persone moleste. 7) Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Il brano sopra riportato, tratto dal Vangelo secondo San Matteo, è uno dei più mirabili e, allo stesso tempo, tremendi passi del Nuovo Testamento. È mirabile, grandioso e veramente divino, perché ci mostra l'unico Re, Gesù Cristo, che alla fine dei tempi esprime un giusto giudizio, al di sopra di ogni legge umana. È tremendo perché, in sostanza, afferma che saranno condannati coloro che non avranno amato concretamente il prossimo. Sono state inoltre riportate le sette opere di misericodia corporale e spirituale, come espresse dalla Chiesa Cattolica. Innanzi tutto, possiamo notare che Gesù predilige certamente le prime, e poi vengono le seconde. Gesù Cristo stesso, infatti, in altre parti dei Vangeli parla dei "talenti", ossia dei doni materiali e spirituali, come i carismi, che vengono dati ai Suoi figli, amici, servi (tutti praticamente sinonimi, ovviamente) e del fatto che, in questo mondo, noi tutti dobbiamo impegnarli in qualche modo. 

Cosa possiamo subito dedurre, da tutto ciò? Innanzi tutto che, come afferma San Giacomo Apostolo nella sua Seconda Lettera, la fede senza le opere è "morta", ossia sterile ed inutile, non perché sia sbagliata in se stessa, anzi, ma perché da sola non è sufficiente a farci riconoscere perfettamente figli dal Padre. Perché? Perché, essendo Dio Amore, Egli desidera al di sopra di tutto che i Suoi figli sappiano in qualche modo amare, almeno un po'. Per quanto riguarda la "difficoltà" di attuazione di questi veri e propri comandi divini, essa varia soprattutto in base al "contesto" in cui ogni cristiano si trova. Per alcuni, infatti, appare più semplice mettere in pratica le opere di misericordia corporale, mentre per altri sembra più semplice attuare le opere di misericordia spirituale. Tuttavia, dobbiamo assolutamente capire che le prime sono importantissime per il Signore, per la nostra salvezza eterna. Bisogna però chiarire un fatto molto importante: il Signore non vuole che siamo dei "robot", perfettamente funzionanti, che sfamano, dissetano, etc. "perfettamente". Egli, per Sua Grazia, ci metterà ogni tanto in situazioni in cui dovremo concretamente aiutare gli altri, ossia il prossimo, senza fare distinzioni o separazioni fra le persone. Un uomo, una donna o un bambino che sono nel bisogno, per noi cristiani, vanno innanzi tutto aiutati nelle loro situazioni contingenti, senza troppi tentennamenti, e se possiamo farlo. Poi sarà eventualmente possibile cercare di capire se hanno in qualche misura "torto" o "ragione", ma questo solo in seguito, e solo se strettamente necessario ed utile ai fini di "insegnare" loro qualche cosa, nello spirito delle opere di misericordia spirituali. 

Gesù, per quanto ne sappiamo, e credo che sia vero, quando era in forma umana parlò poco dell'inferno e dei castighi che possono esserci dopo la morte. Tuttavia, quando lo fece, parlò quasi sempre in riferimento a gravi mancanze di amore in questa Terra, fra i viventi nel corpo. Pensiamo, ad esempio, al "ricco epulone" e al "povero Lazzaro". Perché il ricco senza nome va all'inferno? Perché non badò al povero Lazzaro che soffriva dolorante e mendicando alla sua porta, mentre lui banchettava allegramente. Questo, fratelli e sorelle carissimi, è un chiaro esempio di omissione di opera di misericordia corporale. Va detto, però, che il Signore è pronto ad accogliere fra le Sue braccia anche la persona più egoista, meschina, avara, cattiva e dura di cuore che esista su questo pianeta, se ella fa anche solo un piccolo passo verso di Lui. Come accennato sopra non siamo perfetti e, cosa più importante, neppure il Signore vuole che siamo perfetti, ma che ci sforziamo di fare del bene, tenendo però presente che Egli disse anche: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (soprattutto in riferimento al perdono e all'equanimità verso il prossimo). Poi, ognuno ha la sua particolare vocazione, ossia chiamata. C'è chi diventa sacerdote, c'è che diventa frate o suora, chi missionario, chi laico impegnato (da solo o sposato), chi "medico senza frontiere", chi volontario, etc. Anche in questo caso, però, ad ogni essere umano, ad ogni figlio e creatura di Dio, sono richieste soprattutto due cose: amare Dio e il prossimo. Se infatti noi amiamo Dio, cercheremo di osservare i Suoi Comandamenti e cercheremo anche Lui Stesso, se amiamo il prossimo lo aiuteremo quando ci sarà possibile, etc. A ben vedere, tutta la vita umana, materiale e spirituale, è una conseguenza di questi due Comandamenti supremi, mirabilmente sintetizzati da Gesù Cristo. Anche gli atei, gli agnostici, gli appartenenti ad altre religioni e movimenti spirituali, prima o poi si trovano a dover decidere se amare Dio e il prossimo. Per loro, ad esempio, amare Dio può significare "ragionare" sulla "questione" senza pregiudizi, mentre per loro, amare il prossimo, è esattamente uguale a quanto avviene per i cristiani, tranne che per il fatto che noi cristiani cerchiamo di amare il prossimo come se fosse Gesù in persona, almeno quando ce lo ricordiamo. 

Dobbiamo essere grati al Signore Gesù, Figlio di Dio, di aver sintetizzato nei due comandamenti dell'amore tutta la Legge. Tutto ciò che vuoi sia fatto a te, fallo anche tu agli altri. Questa è tutta la Legge e i profeti. Ama Dio al di sopra di tutto ed il prossimo come te stesso. In altre religioni, come l'ebraismo, esistono molti "precetti", di per sé anche buoni, ma essi sono in gran numero, e questo accadeva in particolar modo ai tempi di Gesù. Egli seppe mirabilmente sintetizzare tutte queste norme, morali o meno, in due soli Comandamenti. Anche se non sempre è facile ubbidire anche solo a due comandamenti, in quanto possiamo tutti attraversare dei "brutti momenti" ed essere eventualmente anche "piuttosto arrabbiati", dobbiamo veramente ammettere senza timore di errare che la sintesi compiuta dal Signore Gesù è meravigliosa, liberatoria, amorevole, misericordiosa e compassionevole. Penso che tutto ciò, però, abbia anche numerosi significati "profondi", ossia che vanno oltre le apparenze esplicitate nelle suddette "opere di misericordia". Essendo Dio presente in ogni essere vivente e, in particolar modo, nell'essere umano con il Suo Spirito o Ruah, ogni persona ha una dignità divina e delle capacità latenti veramente meravigliose. In tutti noi, infatti, c'è una scintilla divina, che possiamo chiamare anima (più collegata alla psiche) o spirito  (pneuma), che è umano e divino, i quali sono veramenti indicatori della nostra figliolanza divina, ossia della nostra appartenenza alla famiglia di Dio, il cui vertice è la Santissima Trinità. Dal Padre e dal Figlio, infatti, procede lo Spirito Santo Paraclito (Consolatore), che è Dio, Signore e dà la vita, come recitiamo nel Credo (Simbolo Niceno-Costantinopolitano). La bellezza di una fede, di una religione, e soprattutto della Fede Rivelata da Gesù Cristo, è il fatto che ognuno abbia una sua particolare strada per giungere a Dio, il Quale, però, è allo stesso tempo già da sempre presente in noi stessi, e quindi vicinissimo, più intimo a noi del nostro stesso intimo. 

Ad esempio, un monaco che vive come eremita, apparentemente, è impossibilitato a compiere le opere di misericordia corporali, nonché alcune di quelle spirituali. Eppure, se ama veramente Dio e si sforza di adorarlo, amarlo ed avvicinarsi a Lui nella sua opera ascetica, egli ama anche spiritualmente il prossimo. In pratica, fa del bene all'umanità "a distanza", per così dire, e naturalmente anche a se stesso. Noi, infatti, crediamo che Dio ed il Suo Spirito trascendono ogni limitazione di spazio e di tempo, pur essendo al contempo immanenti in tutte le cose ed in tutte le creature. Non per niente, infatti, crediamo che il Sacrificio di Gesù sulla Croce, il Suo Sangue, una sola volta e per sempre, è perfettamente in grado di cancellare i peccati commessi da ogni essere umano, passato, presente o futuro, soprattutto se queste persone lo desiderano e chiedono il Suo perdono. Quindi, nessuna limitazione di tempo, di spazio o di altre categorie "fisiche". Noi tutti, quindi, siamo chiamati a cercare di vivere consapevolmente le due dimensioni: materiale e spirituale, inscindibili fra loro. Possiamo essere dei "contemplativi", ma dobbiamo anche cercare di aiutare concretamente tutti coloro che sono in qualche genere di difficoltà, materiale, spirituale o psicologica.

 

 

 

Non hai conosciuto Cristo secondo la carne, ma puoi riconoscerlo oggi nella potenza del Suo Spirito. Come dice Giovanni all'inizio della sua prima epistola, tu puoi ascoltarlo, vederlo, contemplarlo e toccarlo nella fede. Incontrandolo, gusterai la gioia e la pace della Pasqua. In un grande silenzio interiore, completamente abitato dallo Spirito, che ti fa sperimentare la presenza del Cristo glorioso, rileggi i racconti della risurrezione. La tua fede di credente riposa sulla testimonianza degli apostoli, trasmessa oggi dalla predicazione della Chiesa.

 Innanzi tutto, sii convinto della presenza attuale del Risorto. Egli è vivo, e questo vuol dire che la Gloria di Dio ha penetrato tutto il Suo Essere, e non può più morire. Prima della Sua morte, il corpo di Gesù era limitato dalla opacità della Sua carne; ormai Egli si esprime attraverso un corpo che Paolo definisce come "spirituale". Il Cristo risuscitato diviene un puro "trait d'union", dice il padre Xavier Léon-Dufour. Per questo si mostra simultaneamente in luoghi lontani fra loro, per far capire ai discepoli che Egli abolisce ogni limite di spazio e di tempo.

Cristo risuscitato è presente a tutti gli uomini di ogni tempo: puoi dunque annodare con Lui delle relazioni personali. Ti conosci e ti senti in relazione con il Cristo vivente come con qualcuno che è altro da te, dal quale dipendi interamente, senza del quale vivere non è più vivere, con il quale tutto diviene amore. Cristo risorto ti penetra del Suo sguardo e compenetra anche tutti quelli che ti avvicinano e che ami. Allo stesso modo Egli è in relazione particolare ed esclusiva con tutti gli uomini. Se ignori questa presenza universale di Gesù, tu lo mutili.

Ma questa presenza universale del Cristo risorto ti permette anche di raggiungere gli altri nel più profondo di loro stessi, di far loro capire quello che le parole non sono in grado di dire. Tu puoi agire su di essi e amarli con tutto l'amore del tuo cuore, anche se nei contatti personali l'opacità del tuo corpo impedisce la vera comunione: "Cristo ci collega e ci rende manifesti gli uni agli altri", dice Teilhard de Chardin. In Lui tu ritrovi tutti gli uomini e tutte le cose, per cominicar loro il meglio di te. Tutta la creazione così illuminata dalla presenza del Risorto riprende il suo movimento verso il Padre, diviene segno della presenza di Dio. Ma puoi fare questa scoperta solo nella misura in cui il tuo sguardo è illuminato dalla fede. In tutte le apparizioni del Risorto, si comincia col dubitare: gli apostoli vedono Gesù e non lo riconoscono; vi è come un velo carnale che impedisce loro di vedere. È il caso dei discepoli di Emmaus: Cristo non ha cambiato di aspetto, pur tuttavia non è riconoscibile. A causa del venerdì santo, gli apostoli non possono capire che Cristo sia là. È allora che Gesù prende Lui Stesso l'iniziativa dell'inconotro: non viene, ma si fa vedere; appare e si trova improvvisamente in mezzo a loro (è il vocabolario della teofania). Ogni volta affronta direttamente la causa dell'incredulità dei discepoli: lo scandalo della Croce. Già Pietro, dopo la sua professione di fede a Cesarea, rifiutava un Messia sofferente. I discepoli scoprono che la conoscenza del Risorto è diversa dalla conoscenza terrena di Gesù. Non è un fantasma, è proprio Lui, ma è diverso; è sottratto alle condizioni normali della vita terrena, ha un corpo spirituale. Per riconoscerlo occorre impegnarsi e prendere partito per Lui, cioè credere il Lui.

La stessa cosa avviene nella preghiera. Tu riconoscerai il Cristo risorto accogliendo la Sua Presenza e impegnandoti di fronte a Lui in un dialogo di libertà. Per riconoscerlo devi fare un passo verso di lui. È quando gli dimostri fiducia nell'amore, che Egli si rivela a te: "Vieni a me con tutto il tuo cuore, dice un proverbio arabo, e io ti darò i miei occhi." Il Risorto non può essere riconosciuto che da chi crede.

Ma il Cristo risorto non si dà a te in spettacolo, Egli ti proietta verso gli altri nell'avvenire. Tu devi ormai annunziare che Cristo è presente e vivente nel cuore del mondo e in ogni avvenimento. La presenza del Risorto non è statica, ma dinamica e missionaria. Tu sei inviato a tutti i tuoi fratelli per annunziare loro la buona novella. Non dimenticare che Mattia è stato scelto come apostolo perché aveva accompagnato Gesù dal Battesimo alla Risurrezione. Se non hai fatto l'esperienza del Risorto nella preghiera e nella vita quotidiana, predicherai una verità o una morale, ma non annuncerai il mistero di una Persona vivente, mentre è questo in definitiva che i tuoi fratelli aspettano.

Dal libro "Prega il Padre tuo nel segreto" di Jean Lafrance

 

 

 

"La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate" Marco 14, 34

Il dramma del Getsemani ha sempre esercitato sui santi una profonda attrazione: essi non potevano distaccarsi da questa contemplazione. Per poco che tu ami Cristo, non puoi restare insensibile al pensiero di quella notte, nella quale Egli sudava d'angoscia all'idea di quanto stava per accadere. Tanto più che col tuo peccato sei implicato nell'agonia e nella morte di Gesù; è per causa tua e di tutti i tuoi fratelli che la Sua Anima ha conosciuto l'angoscia e la tristezza fino a morirne. Tanto più comprenderai questa agonia se hai vissuto spesso qualche cosa del genere. Nei momenti di prova, nei quali soffri e piangi, tu desideri la presenza dei tuoi amici. Sì, Gesù ha sperimentato nell'agonia la spaventosa solitudine dell'amore misconosciuto. 

Lascia risuonare profondamente in te le parole che Egli rivolge a varie riprese agli Apostoli entrando nel Getsemani: "Restate qui e vegliate". È una chiamata a restare a lungo con Gesù, fissando lo sguardo silenzioso su di Lui, quale ti appare in questa scena, come dice Paolo nella Lettera agli Ebrei: "tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" (12, 2). Ma proprio nel momento in cui tu vorresti pregare, ne provi quasi una impossibilità: come gli Apostoli, amici di Gesù, sei schiacciato dalla stanchezza e cadi nel sonno.

Non si tratta solo di una stanchezza fisica, di una impossibilità a fissare l'attenzione, cosa molto normale se hai pregato a lungo: la difficoltà a pregare non viene solo dalla tua spossatezza, essa è più profonda e prende radice nel tuo innato egoismo. Penso che sia normale provare un profondo malessere davanti all'agonia; come dice il padre Loew, è un campo nel quale non puoi penetrare: "Sedetevi qui, dice Gesù, mentre Io vado là a pregare" (Matteo, 26, 36). "Tra questo 'qui', nel quale tu vuoi restare per pregare, e questo 'là', dove si reca Gesù, vi è un abisso insondabile, incommensurabile". (J. Loew).

Tu comprendi dunque perché provi difficoltà a pregare, perché non riesci a superare questo abisso. E tuttavia sei chiamato a contemplare Gesù nel Suo smarrimento e nella Sua angoscia. Cercheremo di avvicinarci in seguito a questa scena, ma tu resterai sempre sulla soglia, perché non vi è condivisione possibile. La causa del tuo malessere è nel fatto che tu scopri la durezza del tuo cuore di peccatore. Sei ridotto all'impotenza dal sonno, poiché sei debole, appesantito e addormentato nel tuo peccato. Assomigli agli Apostoli che dormono, anch'essi, del sonno dell'incoscienza. Ma di fronte a te vi è il Cristo, il grande vivente, che entra completamente sveglio nel mistero della Sua morte. In fondo, tu soffri di amare così poco Gesù, che ti ha manifestato un amore infinito. Nella Sua agonia è solo, mentre sente il desiderio di avere vicino una presenza amica e confortante.

Sappi tuttavia che la tua sofferenza è buona, perché ti situa nella verità del tuo essere: essa è un grido d'invocazione allo Spirito Santo perché ti faccia un giorno gustare il mistero. Allora sarai ricompensato dei tuoi anni di aridità davanti alla Passione. Ti è richiesto soltanto di restare là in un profondo silenzio per essere e rimanere con Gesù e per Lui. Nell'agonia vi è un mistero che non puoi condividere né comprendere: lo puoi appena supporre. È per questo che devi perseverare a vegliare in preghiera.

Non cercare di comprendere l'angoscia e la tristezza di Gesù: essa è quella del Verbo incarnato, del Servo sofferente, dell'Agnello sopraffatto dal peccato del mondo. Rimani semplicemente vicino a Lui, vigilante nella fede e nell'amore. Quando incontri un amico che soffre, tu non cominci a fare dei lunghi discorsi, per cercare di spiegargli il senso della sua sofferenza, ma stai lì, vicino a lui, in silenzio, tentando di condividere nell'amore quello che egli sta vivendo.

Fa' lo stesso nel giardino del Getsemani. Esci da te stesso e dalle tue preoccupazioni per pensare solo al Cristo e alla Sua tristezza. Una tale preghiera gratuita, spoglia e disinteressata, rende autentica la scelta che hai fatto di seguirLo. È una preghiera difficile, perché richiede un silenzio profondo e una grande unità di atmosfera. Cristo solo deve occupare tutto il campo visivo della tua coscienza. Allora rileggi attentamente la scena lasciando cadere ogni frase e ogni parola nel tuo cuore lungo tutta la giornata. Se accetti di resistere a lungo in questa preghiera, Cristo ti investirà della Sua Presenza e il Suo Volto addolorato e radioso eserciterà su di te un'attrattiva capace di strapparti alla miseria del tuo peccato.

Dal libro "Prega il Padre tuo nel segreto" di Jean Lafrance

 

 

 

Integrata nel corpo di Cristo morto e risuscitato, la tua vita assume un valore eterno. Gesù non è solo Colui che t'insegna la via della salvezza, Egli è anche Colui che la compie e la realizza nella Sua Pasqua. Dirà Lui Stesso che Egli è la Via, la Verità e la Vita. Tuo compito non è solo di seguirLo portando la tua croce, ossia realizzando la volontà precisa di Dio su di te, ma di lasciarGli rivivere in te la Sua vita. Tutte le decisioni che puoi prendere per la tua vita di cristiano prendono il loro senso e il loro valore nella vita del Cristo. Egli è il primo ad avere fatto della Sua vita un'offerta al Padre. È per questo che tu devi contemplarLo a lungo nel Suo mistero pasquale, affinché t'infonda la Sua vita divina con il dono del Suo corpo glorificato.

Dal libro "Prega il Padre tuo nel segreto" di Jean Lafrance

 

Il Signore Gesù ha usato ed usa tuttora molti modi per farci partecipi della Sua vita. Innanzitutto possiamo conoscerLo dal punto di vista dei Vangeli, ossia leggendo e cercando di mettere in pratica quanto Egli disse, fece ed insegnò. A livello visibile, inoltre, non abbiamo cose più preziose nell'universo che il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Possiamo letteralmente cibarci di Lui, con il Suo Corpo che diventa anche il nostro corpo e il Suo Sangue che scorre anche nelle nostre vene. Naturalmente è soprattutto una questione di fede, ma di una fede coltivata. Inoltre, è bene sottolineare che a questo proposito, sparsi nei secoli, ci sono stati dei veri e propri "miracoli eucaristici". In pratica, ci sono state diverse situazioni in cui l'Ostia consacrata dal Sacerdote è divenuta Carne ed il Vino consacrato è divenuto Sangue. Si tratta di eventi realmente accaduti e documentati, e chi volesse approfondire la questione potrebbe, ad esempio, fare una ricerca in Internet digitando in un motore di ricerca "miracoli eucaristici". A volte, in queste occasioni, il Signore non ha semplicemente fatto un miracolo, ma ha anche dato un particolare valore a situazioni spesso piuttosto oscure. Ad esempio, il più noto miracolo eucaristico avvenuto a Torino (per il quale è stata poi eretta la Chiesa del Corpus Domini) fece seguito ad un... furto di un ostensorio con l'Ostia consacrata al suo interno. In un'altra occasione e in un altro luogo, una donna rubò un'Ostia consacrata (ostia significa "vittima") per far eseguire... un rito magico a una "fattucchiera". Tuttavia, non lo fece poiché avvenne il miracolo, che ovviamente la dissuase totalmente da tali pratiche. Il Signore Gesù, come si è detto, utilizza molte maniere per farci partecipi della Sua vita, ma è soprattutto con la Sua azione in noi che Egli "compie" le nostre vite, soprattutto quando Gli permettiamo di agire. In questo modo, se anche moriamo, è con Lui che moriamo, ed è con Lui che risorgeremo. Non si tratta di "frasi fatte", dette e ridette perché così è, punto e basta, ma di un processo veramente divino, del quale però ogni cristiano è tenuto a vivere qualcosa, almeno rendendosene un po' conto.

Non s'intende affermare in questa sede che dobbiamo credere solo perché ci sono i miracoli, ma anch'essi hanno la loro importanza. Non per niente, anche se in un altro contesto, il Signore afferma nel Vangelo: "Se non credete alle Mie Parole, credete almeno alle opere che Io compio." Incredibilmente, coloro che lo fecere uccidere... credevano ai Suoi miracoli, ma ritenendolo "scomodo" lo fecero eliminare. Una storia che da sempre si ripete, fin da quando Caino uccise Abele per invidia. Anche Ponzio Pilato sapeva bene che "Glielo avevano consegnato per invidia". Il Figlio di Dio si fa "consegnare" ai pagani occupanti la Terra Santa per "invidia", si fa picchiare, si fa schernire, si fa flagellare, si fa sputare addosso, si fa coronare di spine, si fa inchiodare ad una Croce per... morire e poi risorgere per la salvezza eterna di tutti. Effettivamente, la nostra fede è uno "scandalo" per i Giudei (che conoscevano il Dio di Abramo) ed una "stoltezza" per i Greci (ossia tutti gli altri), come disse e scrisse San Paolo Apostolo. I Greci o Gentili, infatti, non si sarebbero mai sognati un Dio simile, ma così è stato, così è, e così sarà, per sempre.

Perché in Cristo morto e risorto le nostre vite assumono un valore eterno? Perché se Dio permise la caduta del primo uomo, Adamo, e quindi di tutta la sua stirpe, volle invece che il Suo Figlio Unigenito, incarnandosi in un corpo umano, risollevasse l'umanità intera. Si tratta di un mistero, ma che non è un qualcosa di "assurdo"; anzi, è quasi "logico", pur essendo in gran parte incomprensibile alla nostra natura umana. Come il figlio del "Signor Rossi" mantiene il cognome paterno sia che si comporti bene, sia che si comporti male, così il nostro essere figli di Dio non viene mai meno, e se il Figlio Unigenito, nostro fratello divino, fa qualcosa, anche noi ne viviamo le conseguenze. Dio è veramente Onnipotente, ma pare che a volte si "sottometta" a delle particolari "leggi spirituali" di cui ne conosciamo solo alcune, ma certamente non tutte. Naturalmente, se necessario, Dio può far qualsiasi cosa. Inoltre, non è da sottovalutare l'azione dello spirito del male, ossia di Satana (l'Accusatore) che, non potendo accusare Dio di alcunché, cerca di accusare i Suoi figli e le Sue figlie. Noi dobbiamo certamente cercare di comportarci bene ed amare Dio e il prossimo, ma la nostra vera giustificazione è nel Sangue di Cristo, che ha pienamente soddisfatto il Padre e zittito per sempre il Maligno.

Dio Padre deve aver veramente sofferto tanto con il Cristo, ma la Sua ricompensa non viene mai meno: Egli innalzò Gesù al di sopra di tutto e di tutti, facendoLo sedere alla Sua destra e dandoGli "ogni potere in Cielo e in Terra", come Gesù stesso afferma nel Vangelo. È per questi motivi e molti altri che in Cristo le nostre vite assumono un valore eterno, non solo perché le nostre anime sono immortali, dal momento che siamo fatti "a immagine e somiglianza di Dio", ma innanzitutto perché il Signore stesso ci ha veramente redenti. Il Signore ama tutte le Sue creature, compresi gli animali che, pur se sottomessi all'uomo, sono certamente più innocenti di noi. Non per niente Dio fece salvare da Noè i nostri "fratelli più piccoli", conducendoli nell'Arca. L'Arca servì per la salvezza dei corpi delle creature, ma la Croce di Cristo è il ponte che ha permesso all'uomo e alla donna decaduti, di ogni epoca, di poter nuovamente vivere nella piena amicizia, figliolanza e grazia del Padre, il quale ci ha amati anche "quando eravamo peccatori".

 

 

 

 

Dio non si è accontentato di dire che ti amava: un giorno, nel tempo, Egli è divenuto uomo: un essere come te, di carne, di coscienza e di sangue. Non hai bisogno di aver fatto degli studi superiori, per capire che cosa sia un uomo. Basta sentirti vivere, amare e piangere. Un uomo nasce, vive e passa sulla Terra, ed è Dio: Gesù di Nazaret, Figlio di Maria, Figlio di Dio. Se hai qualche esperienza del Dio tre volte Santo, non puoi non essere meravigliato, stupefatto, sbalordito davanti al mistero di Gesù.

È un Essere totalmente Dio, senza alcuna riserva, e senza alcuna sfumatura. È un Essere totalmente uomo, senza alcuna riserva e senza alcuna diminuizione della sua umanità: "non è solo un uomo che nasce a Betlemme, che lavora a Nazaret, che parla alle folle in Palestina, che grida di paura al Getsemani, che muore a Gerusalemme: è Dio che nasce, lavora, parla, soffre e muore." (J. P. Deconchy) Gesù realizza il collegamento tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e Dio. E per fare questo gli basta di essere, non ha altro da fare. È veramente l'Amore di Dio per te che prende corpo in Gesù Cristo. Accogli nel tuo cuore il Verbo incarnato e scruta senza stancarti il mistero della sua Persona. Domandagli spesso di immergerti nel Cuore di Dio e nel cuore dell'uomo. Quando ti avvicini a Gesù Cristo con la fede, scopri la vera dimensione del tuo essere di uomo divenuto dimora di Dio.

Dal libro "Prega il Padre tuo nel segreto" di Jean Lafrance

 

Ora, noi tutti sappiamo che esistono molte religioni, e che qualcosa di vero è contenuto in ciascuna di esse. Tutte, infatti, pur ciascuna con i propri limiti, cerca di rispondere alle domande fondamentali dell'esistenza, soprattutto in vista di una realtà superiore ed invisibile, che spesso viene definita "ultraterrena", ossia che supera questo mondo, in qualità, quantità, dimensione, bontà, amore, misericordia, giustizia, potenza, compassione, sapienza, intelligenza, etc. La maggior parte delle religioni crede nell'esistenza di un "dio" o di più "dei". Tipicamente, si parla di religioni monoteistiche: Ebraismo, Cristianesimo e Islam, e di religioni "politeistiche". Nel corso dei millenni, alcune di queste religioni o credenze hanno subito dei mutamenti, o sono scomparse, oppure sono apparse in qualche luogo del pianeta.

Solitamente, una religione ha un "fondatore", conosciuto o meno. Alcune religioni, infatti, non hanno un "iniziatore ufficiale", come le fedi degli Indiani d'America, ad esempio, che credono nel Grande Spirito. Tutti noi, chi più chi meno, abbiamo sentito parlare di Gesù, di Abramo, di Mosè, di Maometto, di Budda, di Zoroastro, etc. Tuttavia, la differenza principale fra il Cristianesimo e tutte le altre religioni, è che il nostro fondatore non è solo un uomo, per quanto santo, evoluto ed illuminato, ma Dio Stesso che si è incarnato in un corpo umano, in un momento storico ben preciso ed in un luogo geografico altrettanto definito e conosciuto. Si tratta essenzialmente di un dato di fede, ma anche "di fatto", per chi crede. Nelle varie sfaccettature della religione Induista vi è la presenza dei cosiddetti "avatar" (che non hanno a che fare con il noto film o con le figurine che si usano in rete per individuare le persone, anche se c'è un collegamento di significato). Questi "avatar" sono delle "incarnazioni di una qualche manifestazione della divinità", come lo yoga, la sapienza, l'azione, la potenza, etc. Però nessuno di questi grandi personaggi è mai stato ritenuto Dio Onnipotente ed Eterno in Terra. Noi cristiani, invece, crediamo fermamente che Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo, e che Egli è il Figlio di Dio. Ora, a tutte le possibili negazioni di questo, possiamo rispondere: se Dio è Onnipotente, perché mai non potrebbe essere in grado di generare un Figlio e di farlo nascere da una donna umana, Maria Santissima, senza bisogno di un padre umano?

A volte rischiamo di "sottovalutare" la potenza di Dio. Forse perché non sempre ci rendiamo conto della Sua Presenza in mezzo a noi, forse perché alcuni di noi scuotono la testa rassegnati di fronte al dilagare del male nel mondo... o per mille altri motivi. Eppure tutte e tre le religioni monoteistiche o "abramitiche", di cui sopra, dichiarano fermamente che Dio è Onnipotente. In pratica, più della metà dell'intera popolazione umana che vive sulla Terra crede che Dio sia Onnipotente, ma... a volte sembra che non lo manifestiamo veramente, almeno a parole... figuriamoci con i fatti! Eppure è così, almeno per quasi tutte le "teologie" e, soprattutto, per la teologia cristiana, tanto che noi cristiani non solo crediamo che Dio sia Onnipotente e che abbia un Figlio uguale a Lui, ma che l'Altissimo sia la Santissima Trinità: il Padre Creatore, il Figlio Unigenito e lo Spirito Santo Amore che procede dal Padre e dal Figlio e fonde le due vite divine e tutte le creature nell'Amore di Dio. Dio è Uno e Trino, Dio è una famiglia di Esseri Divini. Tutto ciò è sbalorditivo, ma noi crediamo che sia così. Quindi, perché sottovalutare la Potenza di Dio? Come si è detto, il problema del male e del cosiddetto "mistero d'iniquità" è una delle ragioni che molti prendono in considerazione riguardo ai dubbi sull'esistenza di Dio.

Fin dall'antichità, alcune religioni, pagane a tutti gli effetti, consideravano comunque la vita come una "prova" (stiamo parlando, ad esempio, degli antichi egizi). Anche noi cristiani usiamo spesso il termine "prova" per identificare quelle situazioni particolarmente difficili che tutti noi, prima o poi, dobbiamo attraversare. Anche in questo caso, però, il Cristianesimo si distingue in modo particolare: Dio non è un arbitro imparziale che aspetta che gli uomini e le donne "superino" le prove, anche se a volte pare che sia così, ma è Egli Stesso che si è fatto carico delle nostre sofferenze e dei nostri peccati... morendo appeso ad una Croce. Le "prove", però, rimangono. I peccati, infatti, sono l'unica cosa che può in qualche misura "allontanarci" da Dio, anche se Egli è in tutti e in tutto, da sempre e per sempre. Più che altro, siamo noi che rischiamo di allontanarci da Lui, e non Lui da noi. La forma di preghiera più alta e, al contempo, più semplice e necessaria, è di mettersi davanti a Dio in raccoglimento interiore e, se possibile, anche esteriore, aspettando il Suo Amore e donando a Lui il nostro, per quanto ne siamo capaci. Niente di più, ma anche niente di meno. Questo significa che, apparentemente, può essere semplice, ma che spesso non lo è... per mille motivi, ancora una volta. Tuttavia, l'importante è non rassegnarsi, l'importante è scommettere sempre di più su questo Dio così misterioso... ma Buono!

 

 

 

 

La Sacra Bibbia ha come ultimo Libro L'Apocalisse o Rivelazione, che termina con le seguenti Parole, al Capitolo 22: "Colui che attesta queste cose dice: 'Sì, vengo presto!'. Amen. Vieni, Signore Gesù! La Grazie del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!" La vita in generale, ed in particolare quella degli esseri umani, è un qualcosa che ci è stato donato. Siamo infatti creature, nessuno di noi ha creato se stesso. La vita, semmai, ci è stata trasmessa, ovviamente dai nostri genitori e progenitori. In particolare, noi cristiani crediamo che non solo Dio ci ha creati, ma che "viene" continuamente in noi, ogni giorno, ma anche in momenti più o meno eccezionali e, soprattutto, al termine di questa vita terrena. Il Signore Gesù ci esorta continuamente non solo ad amare Lui, ossia il Figlio del Dio Vivente, con il Padre e lo Spirito Santo, ma anche i nostri fratelli e le nostre sorelle, indistintamente, comprese tutte le altre creature. "Tutto ciò che avete fatto ad uno dei Miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a Me." Se facciamo del bene al prossimo, lo facciamo anche a Dio, che abita in ogni creatura, e se facciamo del male al prossimo, purtroppo, lo facciamo anche al Signore della Vita.

 Tutto ciò è un po' l'ABC del cristianesimo, che però non riguarda solo i cristiani, ma tutti gli uomini e tutte le donne. Eppure... anche chi è credente da molto tempo fa spesso fatica a mettere in pratica quanto detto. Questo avviene non solo per una certa dose di "cattiveria" che abbiamo un po' tutti, la cui origine è principalmente l'egoismo, ossia l'eccessivo egocentrismo, noncurante del prossimo, ma anche per una sorta di "distrazione" nel vivere la vita di ogni giorno. Il "ricco epulone" della nota parabola di Gesù, non è infatti definito dal Signore un "cattivo" ma, implicitamente, uno che pensa solo agli affari suoi, il quale non si rende conto che da molto tempo, proprio davanti a casa sua, c'è qualcuno in grave difficoltà... il povero Lazzaro. Come molti sanno, entrambi muoiono. Il ricco va all'Inferno ed il povero affamato e piagato va in Paradiso, consolato "nel seno di Abramo". Ora, ci sono moltissimi libri che si occupano di definire, in qualche modo, cosa siano l'Inferno e il Paradiso, per cui non ci soffermeremo a parlare di queste realtà, che certamente possono far paura, ma il succo di questa paradigmatica vicenda è che, se ne siamo in grado e ne abbiamo la possibilità, dobbiamo "vegliare" e "amare", ossia stare almeno un po' attenti a chi e cosa incontriamo nel corso delle nostre giornate. Questo include il fare delle scelte, prendere delle decisioni, dare e ricevere un po' di amore, cercare di capire le motivazioni profonde del nostro ed altrui agire, cercare di non giudicare, etc. Non si tratta di eseguire un programma chiamato "amore", altrimenti saremmo simili a dei robot, ma cercare di mettere in pratica la cosiddetta "regola d'oro": tutto ciò che vuoi sia fatto a te, fallo anche tu agli altri.

Tuttavia... è innanzitutto il Signore Gesù che "scende" o "viene" a noi per donarci il Suo Amore, come la Gerusalemme Celeste del suddetto Libro dell'Apocalisse, non costruita da mani d'uomo. Se questo non avvenisse, il nostro piccolo ma cocciuto "io" avrebbe quasi sempre la meglio: "mors tua vita mea". Solo il Dio Incarnato, il Dio e Uomo Gesù Cristo ha potuto donare Se Stesso ed amare incondizionatamente in maniera perfetta. Quando Dio mise alla prova Abramo, chiedendogli di sacrificare il giovane Isacco sul monte Moria, il figlio della Promessa lungamente atteso, fermò poi prontamente la mano del giusto e fedele servo prima che colpisse il ragazzo. Alcuni ritengono che questo monte, circa duemila anni dopo, fosse chiamato con il nome di... Golgota, ossia il "luogo del cranio" su cui venne crocifisso il Signore Gesù... e Dio Padre, questa volta, non risparmiò il Suo Unico Figlio. In entrambi i casi, abbiamo un momento drammatico e tragico seguito da una grande gioia e consolazione. Nel caso di Abramo e di suo figlio Isacco, Dio mostrò loro un ariete impigliato nei rovi, che servì come olocausto, mentre nel secondo... Dio risuscitò Gesù Cristo e lo glorificò per tutta l'eternità. In tutto ciò la parola fondamentale è "fede". Nel primo caso abbiamo una fede grande, ma umana, mentre nel secondo caso abbiamo la fede di Gesù nell'infinito Amore del Padre. Gesù sapeva che il Padre Suo e Padre nostro l'avrebbe risuscitato da morti, ma non per questo anche la Sua fede divina non dovette passare attraverso la prova: "Mio Dio, Mio Dio, perché Mi hai abbandonato?" Ma poi: "Ho sete" e "Tutto è compiuto". Dio ha sete della nostra sete, e questo non è un gioco di parole, ma la realtà più importante della nostra fede: il chiedere al Signore la salvezza, l'aver sete di una vita diversa, veramente compiuta. Uno dei fili conduttori delle Parole di Gesù riportate nei Vangeli è il seguente: se abbiamo una vita "compiuta" in Terra... rischiamo di non possedere la Vera Vita compiuta nel Regno di Dio, e viceversa: "Beati i poveri, perché di essi è il Regno dei Cieli".

Uno degli esempi più importanti di questo è la parabola del "ricco stolto". Qui non si parla d'Inferno, ma di morte e basta. Un ricco aveva ottenuto un buon raccolto... mi costruirò dei granai più grandi e me la spasserò per molto tempo... Stolto! Questa notte stessa ti sarà chiesta la vita! Leggendo solo i "fatti" pare quasi che il Signore non accetti che uno se la goda, anche in maniera "legittima". In realtà questa parabola vuole farci capire che se siamo "compiuti" nella carne, rischiamo di non esserlo nello Spirito, che ovviamente è infinitamente più importante, perchè "è lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla". Anche in questo caso, occorre leggere un po' in profondità: nessuno visse così in pienezza Spirito e Materia come Gesù, Pane spezzato (la Sua Carne) e Vino versato (il Suo Sangue). Il fatto è che Gesù cerca sempre di esortare tutti noi a "innalzare il punto di vista", ossia ad avere uno sguardo più ampio sulla nostra ed altrui vita, sull'esistenza, sulla storia, sulla religione... perché il Padre è infinitamente più in là di ogni nostra aspettativa, ma, al contempo, ci è vicinissimo, ci vivifica e ci dona la vita eterna. Gesù desidera che siamo in ricerca, anche se questo può farci soffrire, perché prima o poi il bruco deve trasformarsi in farfalla.

Che il Signore ci apra gli occhi e le orecchie, il cuore e la mente, e che ci aiuti a capire quando dobbiamo amare. Amen!

 

 

Gesu Giudice buono

 

Pur avendo un evidente senso della giustizia, alcune persone ritengono “fandonie” concetti come il Giudizio Universale. Anch’io credo che Dio sia Amore Infinito e, di più, Misericordia Infinita, ossia Amore che nulla chiede in cambio. Ma credo anche che sia Giustizia. Gesù Cristo stesso, rivolgendosi a Santa Faustina Kowalska, suora polacca vissuta 33 anni ed universalmente definita “Apostola della Divina Misericordia”, disse: “Io Sono Re di Misericordia e Giudice Giusto.” Questo si può leggere nel “Diario” di questa grande Santa e Mistica, dotata da Dio di doni e carismi eccezionali eppure modestissima, con poca cultura, solitamente dedita, nei vari conventi in cui ha vissuto, alle mansioni più umili: giardiniera, cuoca e portinaia. Penso che il Signore eserciti la Giustizia con infinita Sapienza. Non solo Egli Stesso è la Sapienza Incarnata, ma è anche amorevole pedagogia. Moltissimi esempi di questo si possono trovare nella Sacra Bibbia (Antico e Nuovo Testamento). In pratica tutto ciò ha essenzialmente due aspetti: il Signore punisce non solo per castigare, cioè per infliggere delle sofferenze, ma perché queste facciano comprendere la Verità, l'umiltà e molte altre cose importanti. Inoltre solo Dio sa trarre il bene dal male: molti sono gli esempi, come si è detto, fra cui il rinnegamento di San Pietro e la conversione di San Paolo. Da queste situazioni obiettivamente cattive (un uomo che per paura rinnega Gesù ed un altro che, pensando di servire Dio, perseguita i primi cristiani) il Signore trae il bene dal male, ossia porta a compimento la Sua opera. Anche nel caso della risurrezione dell'amico Lazzaro, Gesù affermò che questa morte non era una fine, ma era accaduta per manifestare la Gloria di Dio. L'esempio più alto di tutto ciò è la morte di Gesù in Croce: dal massimo male (l'uccisione del Figlio di Dio), il Signore trae il massimo bene (la salvezza di tutte le anime).

Ragazzi, non so voi, ma io temo il Demonio e l’Inferno; non sempre si tratta di una semplice "paura"; è così perché il “Santo Timor di Dio” è Volontà Divina. Egli infatti, pur essendo nostro Padre, chiede rispetto e adorazione. Inoltre cerco ogni giorno di amare Dio, il Signore, ed il prossimo. Tutto ciò, naturalmente, è spesso difficile, ma è l’unica Via. Chi ha mai potuto affermare, infatti: “Io Sono la Via, la Verità e la Vita” ? Solo Nostro Signore Gesù Cristo, naturalmente. Personalmente, preferisco essere una “pecora salvata” che un “leone condannato”, anche se il “leone” che è in me, spesso, si dibatte vigorosamente. Ciò non toglie che abbiamo il diritto e, spesso, il dovere, di ricercare, indagare, interrogarci, riflettere, approfondire, agire… in una parola: vivere. Ricordate la scena del film “Matrix” in cui Morpheus chiede a Neo di scegliere fra la conoscenza della “verità” ed il ritorno alla “solita vita”? Egli porge a Neo due pillole: una blu (solita esistenza) ed una rossa (la conoscenza). Naturalmente Neo sceglie la pillola rossa, ma cosa simboleggiano, solitamente, questi colori? Ovviamente il Paradiso (blu) e l’Inferno (rosso)… Inoltre, indovinate un po’ in quale mano Morpheus teneva la pillola rossa? Nella sinistra. E la pillola blu? Ovviamente nella destra. Tutto ciò non ha affatto connotazioni politiche, ma bibliche. Leggiamo infatti, in Giovanni 21, 6: “Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.” Dal libro del profeta Ezechiele, capitolo 47, versetto 1: “Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare.”

 

Alba

 

“Arnold Toynbee, concludendo i suoi lunghi studi sui cicli di decadenza della storia umana, ha scoperto che ognuno di essi coincide con una rinascenza dell’idolatria, e pertanto afferma che la nostra era sta pericolosamente affondando, sotto l’enorme peso d’una nuova mitologia, la quale ha divinizzato cose terrene, istituti caduchi e persone mortali: questi sono il danaro, la meccanica, la razza, i reggitori dei popoli, ed altre divinità, che sono state collocate nel novello olimpo.” Dal libro “Esiste Dio?” di Alfredo Mazzei

Arnold Toynbee (Londra 1852 – Wimbledon 1883) è stato un riformatore sociale ed economista, fondatore di numerose opere di carità, morto a soli trentun’anni.

Per quanto riguarda il fatto che i periodi della storia nota, in cui vi fu un aumento dell’idolatria, coincisero con una decadenza (spirituale e morale in primis, ma anche in seguito materiale, economica e politica) è degno di nota osservare che questa concezione dell’umana esistenza è comune a molti popoli, passati e presenti.

Secondo la religione induista, ad esempio, si susseguono ciclicamente quattro ere, di durata progressivamente minore, segnate da diverse caratteristiche. Due, in particolare, sono le seguenti: innanzitutto la decadenza, lenta ma costante, dei valori spirituali; poi la durata media della vita, che progressivamente diminuisce. L’attuale era, secondo gli induisti, è denominata “kali yuga” e, purtroppo, è la peggiore.

Gli indù, inoltre, affermano che, ogniqualvolta i valori spirituali, religiosi e morali subiscono una degradazione, Dio interviene. Interviene secondo la Sua Santa Volontà in vari modi, percepibili o meno, ma in ogni caso interviene.

È interessante notare quanto tutto ciò sia in comune con la nostra Fede Cristiana, benché chi scrive sia convinto che Dio si sia pienamente rivelato solo in essa: anche secondo la Sacra Bibbia, anticamente, gli uomini vivevano più a lungo di oggi, benché la scienza medica abbia fatto numerosissime scoperte e salvato milioni e milioni di vite. Inoltre, sempre secondo l’Antico e Nuovo Testamento, ogni volta che il popolo (dapprima solo quello Eletto, poi tutta l’umanità) prende vie sbagliate, Dio interviene. Interviene, naturalmente, lasciando l’uomo libero di decidere, ma comunque interviene, anche in maniera molto forte.

Nell’Antico Testamento, ogni volta che il popolo si piegava all’idolatria, Dio mandava i Suoi messaggeri, i Profeti, ad annunziare la Sua Parola.

Ora, cosa significa “idolatria”? Letteralmente significa “adorare qualcosa che non è Dio”.

Dio solo, infatti, deve adorato. Sarebbe infatti una stoltezza adorare ciò che è creato (vivente oppure no), al posto del Creatore. Eppure noi tutti, prima o poi, consciamente o inconsciamente, cadiamo in questo errore. Ripeto: anche senza accorgercene.

Storicamente gli “idoli” erano artefatti umani, essenzialmente sculture in pietra, legno o altri materiali, a cui veniva innanzitutto attribuito un carattere divino, spesso operante in una particolare sfera del vivere umano (l’agricoltura, la procreazione, il benessere economico, etc.). Sebbene tutto ciò, all’inizio fosse essenzialmente causato da ignoranza dell’Unico Vero Dio, che è Spirito, col tempo ciò divenne fonte di decadenza, dal momento che Dio, più volte ed in vari modi, si era rivelato all’umanità. In particolare, per quanto riguarda il popolo d’Israele, in cui si manifesta la Rivelazione, la punizione suprema, inflitta dal Signore al popolo, era l’esilio, accompagnato da prigionia e sottomissione ad altre nazioni.

La metafora o contrappasso è piuttosto chiara: come il popolo aveva adorato falsi dei stranieri, così poi veniva condotto a servire gli stranieri stessi.

Tutto ciò è storicamente accertato e provato, ma analizziamo meglio il concetto di decadenza, espresso in vari modi da numerose culture in tutto il mondo.

Il cosiddetto “contrappasso”, di ben nota dantesca memoria, è presente in tanti avvenimenti narrati nelle Scritture. Ad esempio, durante uno dei tanti momenti di decadenza e “prostituzione” agli idoli da parte del popolo d’Israele, Dio si manifestò al Profeta Osea e gli disse: “Sposa una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si è prostituito, avendo abbandonato il Signore”. Osea ubbidì ed ebbe, da una prostituta, prima un figlio e poi una figlia. Il Signore ordinò a Osea: “Chiamala Non-amata, perché non avrò più pietà della casa d’Israele, così che Io conceda loro il perdono. Della casa di Giuda, invece, avrò pietà e li salverò per mezzo del Signore, loro Dio; non li salverò con l’arco, con la spada, con la guerra, né con i cavalli e i cavalieri.” La donna partorì poi un altro figlio ad Osea e il Signore gli disse: “Chiamalo Non-popolo-mio, perché voi non siete il mio popolo e Io non sono il vostro Dio."

Da tutto ciò si possono trarre alcuni insegnamenti:

1) La vita del profeta come Segno: Dio, spesso, benché Spirito Onnipotente e Trascendente, scrive le Sue Leggi d’Amore con la carne e con il sangue. Di questo abbiamo espressione massima nella Morte di Gesù Cristo in Croce. La Croce, afferma San Paolo, è scandalo per i Giudei e stoltezza per i Greci. Scandalo per i Giudei, poiché hanno visto il loro Dio morire su un patibolo, inerme e sanguinante. Stoltezza per le raffinate menti elleniche, poiché era ben lontana da loro la concezione di un Dio che si facesse così miseramente uccidere dagli uomini. Apparentemente il pensiero è il medesimo, ma la differenza è sostanziale: i Giudei, benché abbiamo inchiodato alla Croce Gesù Cristo, credono. I Greci, invece, sono pagani, e San Paolo ebbe come missione primaria l’annuncio del Vangelo ai pagani, tanto che è definito “L’Apostolo delle Genti.” Anche la vita del profeta Geremia fu un “segno”. Diversamente dal profeta Osea, però, il Signore gli ordinò di non sposarsi. Tutto questo, sempre per mostrare l’allontanamento del popolo da Dio, che è Lo Sposo per eccellenza.

2) L’infinito Amore che Dio ha per le Sue creature, benché spesso gli avvenimenti dell’umanità appaiano tragici e mostruosi. Questo Amore è quasi commuovente: Egli ordina infatti ad Osea: “Chiamalo Non-popolo-mio, perché voi non siete il mio popolo e Io non sono il vostro Dio.” Dio è infinitamente Sapiente, ma è anche così Semplice… e così triste, quando non lo amiamo…

3) Benchè ad Osea vengano rivolte parole molto dure, che affermano addirittura la Volontà di Dio di non perdonare i peccati del popolo, Egli è sempre e comunque Perdono, dal momento che il culmine della Rivelazione, che è Gesù Cristo, afferma chiaramente questo.

La differenza principale, riguardo alla decadenza ed alla rinascita, fra alcune religioni e la Fede nel Signore, Creatore del Cielo e della Terra, in pratica la Fede nel Dio di Abramo, consiste nel fatto che le prime affermano che la storia umana ha un andamento ciclico (rappresentabile da un cerchio o più cerchi in successione), in cui si alternano ere “buone” ed ere “cattive”, mentre il nostro credo afferma che la storia ha UN fine e LA fine. La storia ha UN fine poiché l’esistenza umana non è frutto del caso, ed esiste LA fine, poiché ci sarà la fine dei tempi, in cui “Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”, come si legge nell’Apocalisse. Questa visione della storia è rappresentabile da una linea retta, con alti e bassi, ma che comunque punta verso l’alto.

La scienza ufficiale afferma che il caso esiste. In merito sono stati fatti anche numerosi studi di tipo fisico, matematico, biologico, etc.

Ora, la scienza afferma anche che esiste il principio di causa-effetto, per cui tutto ciò che esiste ha una causa, anche se a volte ignota. Come tutto ciò che avviene, ha una causa. E’ possibile che esista il caso, in un universo in cui vige il rigido principio di causa-effetto? Non lo so o, meglio, non penso. Albert Einstein affermò che “Dio non gioca a dadi”, riferendosi soprattutto alla nascente meccanica quantistica, la quale afferma che, a livello atomico e subatomico, esistono leggi di probabilità, studiabili con metodi statistici. Ad esempio, un elettrone di un atomo, ha la “probabilità” di trovarsi ad una certa distanza dal nucleo, che lo attrae costantemente, ma non la certezza, anche se comunque esistono ben determinati livelli o “gusci” elettronici, in base all’energia che essi possiedono.

Se il caso non esiste, tutto è determinato? E’ possibile. Ma come si spiegherebbe, allora, il libero arbitrio dell’uomo? Non intendo fare speculazioni al riguardo, ma affermo solo quanto disse l’Arcangelo Gabriele al Sacerdote Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, il precursore di Gesù Cristo: “Nulla è impossibile a Dio”.

Sono profondamente convinto di questo, e non lo ritengo affatto un modo per aggirare la questione. Anzi, a ben vedere è l’unica spiegazione possibile. Le prove di ciò, inoltre, se vengono ricercate, appaiono veritiere.

Innanzitutto l’Onnipotenza di Dio appare in numerosissime occasioni nelle Sacre Scritture, tanto che essa è un dogma di fede. Inoltre Essa si è manifestata in altrettante numerosissime occasioni sia in tempi recenti sia nel tempo presente. Dove? A chi? Come?

Dove: in vari luoghi, in tutto il mondo.

A chi: a tanti uomini e donne, più o meno santi, a volte anche grandi peccatori.

Come: in vari modi, in tutto il mondo.

Gli esempi sono, letteralmente, centinaia e anche più.

Ricordiamone solo uno: la Madonna di Guadalupe, Messico.

Il sabato mattina del 9 dicembre 1531, la Vergine Santissima apparve a Juan Diego, indigeno “macehuales” di Cautitlan.

Fin qui, si potrebbe affermare che si sia trattato di una semplice allucinazione. Ma vediamo il seguito. Juan Diego, in seguito all’apparizione, si recò dal Vescovo, frate Juan de Zumàrraga, dell’Ordine dei Francescani, il quale chiese un “segno dal cielo” per poter credere alla visione dell’indigeno.

In seguito ad un’altra apparizione della Madonna, Juan Diego si recò sulla cima della collina di Tepeyrac, dove potè cogliere delle splendide rose di Castiglia, sbocciate miracolosamente fuori stagione. Ma non è tutto. Il nostro veggente colse le rose e le mise nel suo mantello (tilma). Andò poi dal Vescovo per mostrargli il prodigio e, quando aprì il mantello, su di esso era impressa l’immagine della Santa Vergine. Il mantello venne esaminato più volte, e se ne concluse che recava un’immagine detta “acheropita”, ossia non dipinta da mano umana.

Tutto ciò è sicuramente miracoloso, ma cosa è un miracolo? La definizione “tecnica” è la seguente: la sospensione temporanea, da parte di Dio, delle leggi naturali, concomitante con l’opera della Sua Onnipotenza.

Dal momento che i miracoli, nel corso dei secoli, sono stati migliaia, se non di più, è possibile ancora confutare la loro esistenza? No, certamente. E’ però possibile sostenere che le loro cause siano “ignote”, ossia non ancora spiegate dalla scienza. In tutto ciò cosa vedo? Vedo l’azione misericordiosa di Dio, che lascia sempre una spazio per credere ed uno per non credere. Ricordiamo però, a questo proposito, la cosiddetta “scommessa” di Pascal, grande scienziato, filosofo e credente: se scommettiamo che Dio non esiste moriamo e, necessariamente, crediamo di finire con la morte. Non c’è un guadagno. Se scommettiamo, invece, che Dio esiste, moriamo ugualmente, ma si apre la possibilità di un guadagno eterno.

Torniamo all’argomento principale di questo scritto: decadenza e rinascita.

Cos’è una decadenza? E’ una “caduta”. La simbologia è chiara: da una posizione “più in alto”, che da sempre l’uomo collega a qualcosa di “buono”, si ha una discesa ad una posizione “più in basso”, che si collega a qualcosa di “meno buono” o addirittura “cattivo”.

Quando una persona inciampa e cade, si ha per l’appunto una caduta, con conseguenze non certo piacevoli. E’ l’universale forza di gravità, che regola il moto di pianeti, stelle, galassie, nebulose, etc. In particolare, nel lessico comune, la decadenza include l’accezione di “periodo oscuro”, “male morale”, “incapacità di distinguere il bene dal male”, etc.

La Storia della Salvezza inizia con la Creazione, che è indubbiamente qualcosa di buono, poiché il nulla assoluto è inconcepibile (torneremo su questo argomento). Subito dopo si ha la caduta prima dell’uomo, simile alla caduta dello spirito del male, causa prima del male e della Sofferenza nel mondo. Come Lucifero, l’antico angelo “portatore di luce”, fu creato molto potente da Dio, ed in seguito volle farsi uguale a Dio, così il primo uomo e la prima donna, Adamo ed Eva, spinti da satana, credettero di farsi uguali a Dio.

Analizziamo un momento questa prima caduta. Dio, essendo buono (ce lo dice Gesù: “Dio solo è buono”), volle creare degli esseri innanzitutto felici, ma anche “a sua immagine e somiglianza”. Felici per due ordini di motivi: innanzitutto la costante amicizia, visione e vicinanza di Dio, ed in secondo luogo perché aventi la signoria su tutto il creato.

Cosa significa “a sua immagine e somiglianza”? Penso che la somiglianza principale con Dio sia la “coscienza” cioè la consapevolezza, nell’uomo, di “essere cosciente”. Spesso si definisce anche “autocoscienza”, ma penso che siano due cose diverse. L’autocoscienza, infatti, ha un moto centripeto: so che io esisto. La coscienza ha un moto centrifugo: percepisco, sento, gusto l’esistenza, naturalmente anche la mia.

Solo Dio possiede, in pienezza, entrambe le percezioni. Quando Mosè chiese a Dio il Suo Nome, Egli gli rispose: “Io Sono Colui Che Sono”. Quindi il più grande, potente, santo, eterno, infinito Io, appartiene solo a Dio. Nello stesso tempo, come dice San Giovanni, Dio è Amore. Ossia Dio è un movimento che procede dal suo Eterno ed Infinito Centro verso l’Infinito, l’Eternità che Egli stesso ha creato e da cui mai si separa, in particolare non si separa mai dalle Sue creature.

Indubbiamente la questione dell’io, della coscienza e dell’autocoscienza è molto complessa. Possiamo solo fare dei ragionamenti, ma probabilmente l’uomo, nella sua condizione terrena, non ne verrà mai a capo totalmente.

Si diceva prima che il nulla assoluto è inconcepibile. Proviamo ad immaginare che nulla esista, ma proprio nulla. E’ possibile? Se meditiamo un po’ su questo pensiero, la risposta è: no, non è possibile. Qualcosa, in particolare Qualcuno, deve pur esserci! Dio e noi, naturalmente. Tutto il percepibile e tutto l’invisibile. Non per niente il Credo (Simbolo Niceno-Costantinopolitano) recita: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.”

Si ha quindi, nella storia umana, una iniziale grande caduta, che precede un lungo e faticoso cammino di “salita”. Questo è il movimento più grande di decadenza-rinascita. In mezzo ci sono miriadi di cadute e rinascite, sia collettive, sia personali. Questo è sotto gli occhi di tutti, e non ha bisogno di dimostrazioni.

Qual è la causa della caduta personale e di quella collettiva? E’ il peccato, ossia una trasgressione nei confronti dei comandamenti divini. In che modo l’uomo viene a conoscenza dei comandamenti divini? Innanzitutto secondo una “legge morale” scritta nel suo cuore e nella sua mente, in secondo luogo per mezzo della conoscenza delle Scritture.

Perché esiste una morale? E’ Volontà Divina. Noi tutti percepiamo il piacere ed il dolore: istintivamente cerchiamo il piacere e fuggiamo il dolore. Ebbene, il Signore afferma più volte che saremo felici solo a patto di osservare la Sua Legge.

Dopo la prima grande caduta, qual è stata la seconda? E’ stato un omicidio: Caino uccide Abele. La volontà di affermazione del proprio io su un altro io, eliminandolo.

Ma questo porta alla felicità? A volte l’uomo tenta d’imporre uno o più “io” su altri “io”, ma cosa ottiene? Subito un soddisfacimento del proprio “io”, che si ritiene superiore, ma poi c’è la solitudine, e la solitudine più grande è l’allontanamento di Dio, Fonte di ogni cosa, Spiegazione ad ogni quesito, Origine e al tempo stesso Fine di tutto e di tutti.

Ciò è affermato chiaramente nel Libro dell’Apocalisse, ultimo Libro delle Scritture, scritto sotto ispirazione divina da San Giovanni Apostolo, quando si trovava sull’isola di Patmos.

In questo Libro, Gesù Cristo, nella Sua sfolgorante Maestà (non più inerme sulla Croce), afferma: “Io Sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine.”

Decadenza non significa solo caduta, peccato, abbruttimento, perdita, allontanamento, ma anche “lasciarsi andare”, credere di “essere arrivati”. Non scrivo questo come mia idea personale, ma in rapporto alle Scritture. Già nell’Antico Testamento sta scritto che non è bene pensare di avere abbastanza: questo mi basta, sono a posto, tranquillo e beato.

La spiegazione migliore di questo aspetto dell’esistenza, però, ci viene data da Gesù nel Vangelo, con la cosiddetta “Parabola del ricco stolto”, che riporto di seguito.

Disse poi una parabola:

"La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: Demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio”.

Gesù, dunque, ci esorta non solo a non confidare nelle ricchezze terrene, ma anche a “non lasciarci andare”. Questo concetto è molto importante, e si collega al concetto di “vigilanza”. Spesso, infatti, Gesù esorta a “vegliare”: “Ve lo ripeto, vegliate!”.

Posso testimoniare personalmente due casi in cui ho potuto vedere questa Parola di Dio in azione nella vita di due persone, due donne che chiamerò qui con nomi inventati: Laura e Antonietta.

La prima, Laura, conduceva una vita piuttosto felice. Aveva un impiego fisso, un marito e un figlio. Laura un giorno mi confidò che si sentiva “a posto”, “bene”. Non era ricca, ma viveva una vita tranquilla e penso anche piuttosto serena. Tutto questo, però, finì bruscamente. Il marito, infatti, la lasciò per mettersi con un’altra donna. Il colpo, per lei, è stato durissimo, tanto da finire “in cura per motivi psichici”. E’ da parecchio tempo che non la vedo, ma ho dei motivi per pensare che ora stia meglio.

La seconda, Antonietta, non è andata “in cura”, anzi, ora sta bene. Tuttavia anche lei ha vissuto due esperienze traumatizzanti, proprio quando si sentiva serena, senza particolari problemi. E’ stata infatti vittima di due incidenti, aventi la medesima meccanica: è stata investita due volte, quando stava camminando a piedi. Ha sofferto molto, ma si è ripresa.

Cosa possiamo dedurre, da tutto ciò? Innanzitutto non dobbiamo affatto pensare che Dio gioisca di queste cose. La questione non è tanto: sto bene o sto male. La questione, per Dio e per noi è: mi sto evolvendo spiritualmente?

Spesso occorrono grandi sofferenze, per purificare l’anima ed evolversi spiritualmente.

Questo porta ad una complessa questione: esattamente, cosa è lo Spirito?

Possiamo tentare di rispondere in questo modo: esiste innanzitutto lo Spirito di Dio, che tutto governa, e lo spirito dell’uomo, che “tenta” di governare a sua volta l’uomo medesimo.

Esistono dunque dei livelli. Un giorno un Sacerdote francescano mi disse che tutto, ma proprio tutto, è governato da Dio, anche le forze del male, benché esse, naturalmente, non lo vogliano affatto. Siamo sicuri di questo? Certo. Citerò un episodio della vita di San Francesco d’Assisi: una notte San Francesco stava dormendo a casa di un Vescovo suo amico. Egli però, non riusciva a dormire nel bel letto che aveva a disposizione. Questo, secondo le biografie del Santo, è da imputarsi a “demoni castaldi” ossia “servitori” che, per ordine di Dio, tormentavano il Santo per non farlo dormire nel comodo letto della bella casa del Vescovo, dal momento che San Francesco doveva sempre vivere con Madonna Povertà. Egli, mi sembra, trovò pace solo quando decise di mettersi a dormire per terra. Naturalmente Dio non agisce con malizia; fece così perché amava Francesco ed era “santamente geloso” della sua santità.

Ricapitolando, tutto è governato dallo Spirito di Dio. Anche l’uomo è dotato di uno spirito (e penso anche gli animali, fatte le debite differenze). La differenza sostanziale fra lo Spirito di Dio e quello umano, penso consista nel fatto che, mentre il primo è Onnipotente, Onnipresente, Onniveggente ed Onnisciente, al secondo spetta soprattutto fare delle scelte, e le scelte più importanti riguardano il bene ed il male.

Ciò detto, non intendo naturalmente negare la realtà corporale dell’uomo, il quale ha un cervello. Cervello che pure è molto complesso e delicato. Basta infatti un po’ di sonnifero e si va a nanna, e dov’è lo spirito? Penso che la mente umana sia un po’ sulla immaginaria linea di confine fra lo Spirito e la materia. Dio vuole che sia lo Spirito a dominare la materia, e non viceversa; dobbiamo comunque sempre tenere presente che il confine è solo immaginario. Un filosofo indiano affermò che “tutto è spirito”.

Tutto si rapporta all’anima, all’entità percipiente che ogni essere umano possiede (e penso anche animale, sebbene a livelli diversi).

Immaginiamo di trovarci di fronte ad una persona con un forte mal di denti.

Immaginiamo di poter misurare, con opportune apparecchiature, le correnti elettriche che dai nervi dei denti giungono al cervello, dove sono elaborate.

Immaginiamo pure di poter seguire “in diretta” tutti i percorsi neuronali di tali differenze di potenziale.

Ebbene, anche potendo fare tutto ciò, potremo mai sperimentare scientificamente la sensazione del dolore, che solo questa misteriosa “entità percipiente” dell’uomo può sentire e vivere? Non penso che ciò sia possibile. Ebbene, lo Spirito non si può misurare scientificamente, ma ogni giorno non percepiamo, pensiamo, agiamo grazie alla sua azione e percezione continue.

 

Dio Padre

 

“A che giova ad un uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?”

Gesù di Nazareth, il Cristo

A volte ci sentiamo forti, sicuri e decisi nelle nostre intenzioni.

Ma cos’è mai tutta questa sicurezza, al cospetto di un agonizzante in ospedale, magari intubato, con flebo varie piantate nelle vecchie e stanche vene, nudo sotto un lenzuolo anonimo, con tanto di tracheotomia e morfina in circolo?

Non intendo criticare l’uomo nella sua effimera forza, né tantomeno esaltare l’agonizzante, tuttavia rieccheggiano le parole di Qoelet: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”.

Nessuno nasce per se stesso e nessuno muore per se stesso, afferma San Paolo.

Come dobbiamo comportarci, dunque, di fronte a questo vero e proprio “mistero della vita?”. Una risposta potrebbe essere: “Cerchiamo di dare il meglio di noi”. Questo è già tanto e degno di lode, ma rischia di spegnersi nella tomba, se non sappiamo il perché dobbiamo comportarci così. Gli antichi studiavano, come potevano, il mistero della morte, e sentenziavano l’immortalità dell’anima.

L’anima, in effetti, è immortale. Avevano ragione. Perché, tuttavia, riveste un corpo, per un limitato periodo temporale? Non lo sappiamo.

C’è chi paragona l’universo ad un “parco giochi per le anime”. L’ipotesi è suggestiva, ma come si concilia con il Messaggio di Gesù Cristo, che molto seriamente parla di un Giudizio? Tutto, in natura, tende a bilanciarsi, come si mescolano fra loro caffè e latte, e chi riesce a separarli? Anche il male deve essere pagato, come è pagato il bene. Ma Chi è che paga? Come? Quando? Naturalmente è Dio solo.

Egli è infinitamente trascendente, ma anche infinitamente immanente, ossia partecipe del Suo Creato e delle Sue Creature. Don Pollano scrisse che nessuno è più concreto di Dio. Egli sa esattamente cosa vuole compiere, quando compierlo e come compierlo. Solo Lui conosce tutto. Il Santo Papa Giovanni Paolo II disse: “Gesù sa cosa è nell’uomo. Solo Lui lo sa.”

Cosa siamo, alla fine? Nudi, rantolanti, il cuore arriva alla fine della sua corsa di milioni e milioni di battiti, il cervello a poco a poco si spegne, e viene decretata la morte. In ospedale si parla di “accertamento di morte”. Elettrocardiogramma piatto per venti minuti, elettroencefalogramma piatto per sei ore… I medici lo sanno molto bene, ma non osano spingersi oltre.

Il corpo umano è costituito da circa centomila miliardi di cellule… come si spengono in fretta… una vera e propria reazione a catena.

La faccia del morente: con un po’ di barba, senza luce… ma non sempre! Non sempre. Si narra di tante morti di antichi monaci: luci, profumi, cori angelici…

Non è fantasia, ma verità. Già la fantasia è verità effimera nella mente, tanto più ciò che chiamiamo “realtà”. Tanto più, inoltre, ciò che trascende la realtà sensibile, molto più reale del reale stesso. Un gioco di parole? No, troppi pensatori, Santi e Martiri lo testimoniano.

“Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”, afferma Gesù.

Stiamo buoni e bravi, dunque, perché la falce miete e la mietitura non è lontana da noi, come a volte pensiamo.

Ripeto: rantolanti, agonizzanti, intubati, narcotizzati, tracheotomizzati, con elettrodi vari, catetere incluso… La fossa arriva, ma anche la risurrezioni dai morti.

San Paolo, infatti, afferma che se Gesù non è risuscitato dai morti, vana è la nostra fede. Il corpo umano è veramente “polvere di stelle”. Gli elementi chimici che in gran parte lo compongono, come il carbonio, l’ossigeno, il ferro, etc. sono infatti sintetizzati nelle stelle, soprattutto quando la stella sta morendo. Questo è quanto afferma la scienza.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo. Ma se muore porta molto frutto”, afferma Gesù.

Sia lode eterna a Colui che “sta alla porta e bussa”, come è scritto nell’ultimo Libro della Bibbia, l’Apocalisse, Rivelazione Profetica che San Giovanni Apostolo ebbe sull’isola di Patmos.

Vieni, Signore Gesù!

 

Il figliol prodigo

 

Signore Gesù, aiutaci sempre a tornare a Te, che sei l'Unico che ci vuole bene veramente.

 

Il Ritorno di Cristo

 

Gesù disse a Santa Faustina che i giorni della Giustizia sono preceduti da quelli della Misericordia. Questo è il tempo della Misericordia! Che il Signore aiuti noi tutti ad attingere all'inesauribile fonte della Sua Divina Misericordia.

 

Ogni giorno, nel monastero ortodosso di Optina, in Russia, si tiene un rito di ringraziamento. Padre Sergey Kuzmic, durante questa processione con la Croce fra le mani, è seguito da una decina di gatti che sono stati adottati dai religiosi.

Ultimi articoli

Contatto rapido

Scrivici pure, se ti va.
E-MAIL:
TITOLO:
MESSAGGIO:
Anti-spam: quanto fa quattro per due, il tutto più quattro ?

La Passione di Cristo - Video e musica

Gesù di Nazareth

Quale "pace" e quale "sicurezza" ?